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Ci sono due modi di affrontare la questione. In primo luogo, avete nelle vostre mani il nuovo album di Neil Young (l’ennesima uscita negli ultimi 3-4 anni) e dopo qualche ascolto vi siete quasi convinti che si tratti di un lavoro molto buono, coraggioso e addirittura con qualche soluzione sonora geniale. Insomma la solita mossa a sorpresa del loner canadese e l’ennesimo tassello imprescindibile della sua vicenda discografica. Ok, bene. Ora provate a prendere uno qualsiasi dei suoi dischi degli anni ’60-’70. Diciamo, per comodità, After The Gold Rush. Ascoltatelo, anche superficialmente. Fatto? Possiamo anche chiudere il pezzo qui.
Qualcuno mi accuserà di non considerare i quaranta e passa anni di carriera alle spalle del buon vecchio Young, ovvi macigni sulla qualità e sull’ispirazione delle sue più recenti composizioni. Ma la verità è che questa non può e non deve essere una giustificazione, sia perché non si può ignorare quanto fatto in precedenza da un autore di cotanto spessore (ecco spiegato il paragone in apertura) e sia perché alla luce dell’attuale abbondanza musicale è estremamente fuori luogo fossilizzarsi in strenue difese dell’operato di Young. Mi riferisco in particolare a quei fan già capaci di parlare di nuovo capolavoro, di grande performance vocale del canadese (ma dove?) oppure – ancora peggio – a quei critici incartapecoriti che si esaltano appena le vecchie glorie propongono qualcosa che abbia la minima parvenza di novità. Innovazione, in questo caso, palesatasi sotto forma dell’ inedita collaborazione tra Neil Young e Daniel Lanois. Inutile dire quanto la presenza del famoso produttore, memori dello straordinario e frankensteiniano lavoro operato su Bob Dylan con Oh Mercy, abbia acceso in tutti noi una fiammella di speranza nella buona riuscita del progetto. Altrettanto inutile dire quanto, ovviamente, queste attese siano andate inesorabilmente deluse, infrante in un miserabile tentativo di mascherare in un gioco di manopole la totale mancanza di idee musicali (parliamo di scrittura) minimamente valide. Neil Young è un tipo che se ne sbatte delle regole, se ne frega di fare bella figura e di essere precisino e pulito. Ha il coraggio di cambiare, ha le palle di pubblicare qualsiasi cosa abbia voglia di divulgare ai suoi voraci seguaci, ma per quanto questo sia un atteggiamento molto rock, ciò non l’esonera da eventuali critiche. Anche perché dopo la sincera e malinconica qualità di Prairie Wind e l’invettiva politica (forte quanto non completamente a fuoco) di Living With War negli ultimi cinque anni, pur collezionando la bellezza di tre album, non è più riuscito a tirar fuori un brano, che sia uno, decente. Le Noise sarà, perciò, pure un disco sperimentale, ma ciò non toglie che sotto la veste liquida e dissonante (interessante quanto si vuole, ma pur sempre di decorazione) ricamata dietro il mixer da Lanois si nasconda un mucchietto (breve, trenta minuti) di canzoni banali e senza il minimo mordente. Il compatto trittico iniziale, Walk With Me-Sign Of Love-Someone’s Gonna Rescue You, è qualcosa di assolutamente imbarazzante: dal cantato sguaiato ai banali riff della vecchia “Old Black”, tutto è fuori posto e quasi irritante. Persino i testi, anni fa (sembrano secoli) cavallo di battaglia di Young, sembrano scritti da un bambino delle elementari. Qualcosa di meglio, escluso l’interessante ripescaggio del vecchio inedito Hitchhiker, si vede nelle canzoni acustiche Love And War e Peaceful Valley Boulevard, le quali, pur non esaltando, riescono a farsi piacere recuperando le atmosfere di Freedom (’89), forse l’ultimo grande album di Neil Young.
Un occasione persa, in nome di una sperimentazione fine a se stessa e poco efficace. La speranza, ora, è che Young si concentri esclusivamente sui suoi preziosi Archives, in attesa di una seconda uscita maggiormente onesta e ricca di inediti rispetto alla precedente.
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