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Al loro terzo album, i Black Mountain si continuano ad affermare come una delle realtà rock più interessanti ai giorni nostri. Wilderness Heart è un prodotto che riesce a vivere felicemente a cavallo tra un rock targato anni 70, senza però la complessità del progressive, e il folk rock americano. Il concept dell'album ci ricorda da lontano quello della colonna sonora di Into The Wild di Eddie Vedder, pieno di paesaggi e sensazioni sinestetiche derivanti da un'esperienza musicale che diventa udito, tatto, olfatto di luoghi lontani e sconosciuti, luoghi liberi. E non solo questo, anche musicalmente è chiaro che esistono delle corde sonore precise che vanno toccate per veicolare un determinato tipo di messaggio, i Black Mountain hanno trovato la giusta alchimia di queste corde. Non a caso, è evidentemente presente anche la vena che li avvicina ai Deep Purple e ai Black Sabbath, una vena positiva, perchè i Black Mountain possono essere considerati i degni eredi di tanto rock targato anni 70, finalmente inscritto nella sensibilità contemporanea, senza alcun tipo di plagio o di richiamo troppo forte e fastidioso.
Quando si mette nel lettore Wilderness Heart parte a bomba The Hair Song, che, da sola, ci lascia senza parole per l'impatto che riesce a trasferire direttamente alla psiche dell'ascoltatore; ci si ritrova subito immersi in un panorama selvaggio, cavalcando nella natura pura e gelida delle lande da cui i Black Mountain provengono: si sentono, e si sognano, gli odori del Canada e i ghiacci della limitrofa Alaska. Questa sensazione non si perde lungo il corso di tutto l'ascolto, Wilderness Heart riesce a veicolare un sentimento di libertà e freschezza veramente unico nel suo genere. L'inserto dell'elettronica nell'album ci lascia anche un retrogusto che ci fa pensare ai loro lavori precedenti, però questa volta le tastiere sono molto meno di stampo psichedelico e più dirette verso un ideale più vicino a band come i Gentle Giant. Anche in ballate, come Radiant Hearts, i Black Mountain si distinguono per una cura particolare data all'utilizzo della doppia voce maschile e femminile; le due voci si fondono come a formare un nuovo strumento che dona armonia alla base di arpeggi di chitarra, che in se stessi potrebbero non avere nulla di speciale, mentre nell'insieme riescono a sviluppare un brano del tutto originale, con una composizione quasi classica data da un crescendo che segue l'intro in pianissimo, al cambio di armonia sul bridge grazie all'utilizzo delle tastiere. Un altro brano che ci sorprende e che va notato è Let Spirits Ride, che ci riporta con un sorriso alla Born To Be Wild degli Steppenwolf e ci si sente nuovamente partecipi di un film come Easy Rider, parte dei richiami sempre e solo positivi che si possono trovare in questo album.
Di Wilderness Heart si potrebbe parlare a lungo, si potrebbero analizzare tutti i brani e riuscire a tirare fuori molte intuizioni ben riuscite; musicalmente possiamo dire che è un prodotto riuscitissimo, che donerà a tutti i suoi ascoltatori tanti anni di ottimo ascolto e li lascerà vagare nelle lande selvagge della musica di questo gruppo, che ha di fronte a sé, sicuramente, una brillante carriera. Wilderness Heart ci fa nuovamente apprezzare la nostra musica contemporanea e ci si augura che tante delle band che oggi orbitano nel rock riescano a trarre beneficio dalla brillante creatività di un gruppo come i Black Mountain.
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