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No Age
Everything In Between
2010
Sub Pop
di Andrea Belcastro
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Chi scrive ha talmente apprezzato il precedente album Nouns tanto da aver segnalato la sua punta di diamante (la bellissima Teen Creeps) come miglior brano del 2008. Fatta questa doverosa premessa è ovvio, nonostante il debole contentino rappresentato dall’Ep pubblicato lo scorso anno, quanto l’attesa per il seguito di quel fortunato disco fosse alle stelle.
In quali condizioni ritroviamo dunque, due anni dopo, il duo di Los Angeles? La prima impressione è che i No Age si siano concentrati questa volta nell’approfondire e modellare maggiormente la scrittura dei brani. Non è un caso insomma se sembra esserci maggiore varietà melodica ed anche qualche soluzione ritmica diversa rispetto al passato. Ciò avviene, però, perlopiù nella prima parte dell’album, mentre le divagazioni rumorose sono relegate nella seconda facciata (ah quanto era bella la terminologia elleppiosa), dove addirittura l’accoppiata di brani Dusted e Positive Amputation riesce a rievocare (e forse, in parte, pure rinfrescare) con particolare successo il sound dei primi Mogwai. Cosa particolarmente strana se pensiamo che gli scozzesi sono da due lustri i sovrani del post-rock, mentre il duo americano è considerato il capostipite del nuovo movimento punkhardcore-rock. Un po’ come se i Ramones si fossero messi a replicare le atmosfere di Echoes dei Pink Floyd. Fantascienza. Eppure a Randy Randall e Dean Spunt riescono pure questi miracoli.
Riavvolgiamo ora velocemente il nastro al contrario e torniamo all’inizio di Everything In Between, dove troviamo una sequela di brani molto più “classici” in quanto a stile si inseguono con particolare qualità e freschezza: ritornelli appiccicosi ed interplay tra gli strumenti sempre un passo avanti rispetto all’ascoltatore. Un mucchietto dal quale emergono con prepotenza il singolo Glitter, nel suo particolarissimo incedere sovrastratificato tra batteria, loops ritmici e dissonanze noise, Depletion, dal sound decisamente Sub Pop (chi conosce almeno tre dischi prodotti da questa etichetta saprà di cosa sto parlando), ma soprattutto la meravigliosa Skinned, una versione rozza, sporca e malata dei White Stripes. Un “pezzone” capace di rivaleggiare in termini assoluti di qualità con la vecchia Teen Creeps. In chiusura, dopo le già citate divagazioni che spezzano sia il ritmo che la qualità dell’album, trova posto un altro brano più canonico come Chem Trails, con un curioso duetto vocale ed una chitarra solista finalmente convincente oltre che scassa timpani.
Resta, ora, ai No Age decidere cosa fare della propria carriera. Rimanere dei paladini dell’indie rock, oppure continuare sulla strada della composizione e ristrutturazione melodica sperando di ottenere maggiori consensi anche a livello di pubblico. Siamo sicuri che sapranno agire per il meglio; a noi, per ora e pur con alcuni difetti, resta tra le mani uno dei dischi migliori dell’anno.
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05/10/2010 -
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