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Quello che doveva essere solo un episodio sporadico nel panorama del rock moderno è invece diventato uno dei connubi principali degli ultimi quattro anni: ogni due anni sua eccellenza moto perpetuo Mark Lanegan, front man degli Screaming Trees e presente in innumerevoli side project come protagonista (Gutter Twins con Greg Dulli degli Afghan Whigs) e come guest star (prestando la voce agli ultimi Soulsavers e anche la chitarra nei Queens of the Stone Age), e l'algida Isobel Campbell, voce e violoncello dei primi capolavori dei Belle and Sebastian, deliziano i palati di chi vuole lasciarsi andare a ballate folk e blues, sicuri di esserne confortati da due artisti di sicuro spessore.
Il terzo capitolo della saga Campbell-Lanegan dopo due lavori mostruosi come Sunday At The Devil Dirt e Ballad Of The Broken Seas, è accompagnato da una grossa aspettativa che in realtà non riesce a ripagare appieno. Lo schema rimane invariato: Mark produce accordi crepuscolari e Isobel si muove suadente sulle note del chitarrista quasi ci fosse nata. Ma è l'abuso di questo schema che fa storcere il naso: la terribile Come Undone, una pessima copia della meravigliosa Come On Over (Turn Me On) del precedente disco è la dimostrazione che immolarsi senza se e senza ma per il Dio Rhythm and Blues, e solo sfiorare il repertorio di James Brown, può causare vittime illustri. O volere rubare la carta d'identità alla più cupa Nancy Sinatra in Sunrise. Ed è davvero disarmante la piattezza della Campbell in versione Mazzy Star di To Hell and Back Again, dove la chitarra di Lanegan segue il sogno della scozzese in un viaggio verso la vera perdizione. Questa versione psych a dire la verità compare spesso, vedi anche l'iniziale We Die and See Beauty Reign, in quest'ultimo disco scritto e composto dalla parte femminile del duo.
Fortunatamente a queste scivolate fanno da contraltare canzoni degne del duo, come le loro trasposizioni di Snake Song e No Place To Fall di Townes Van Zandt, cantautore americano tutto blues e droghe, con l'ingresso del folksinger Willie Mason nella seconda. Colpiscono anche le scatenate, e a marchio Lanegan, Get Behind Me e la title track Hawk che portano il rockabilly bagnato nelle acque del Mississipi dove meno ce lo aspetteremmo, come la fusione celtica di Eyes Of Green, condotta da Lanegan in un insolito ed efficace kilt. E ancora Mason ci accompagna nella docile e deliziosa ballata folk Cool Water, uno dei pezzi più belli dell'album, a dimostrazione che nel loro campo, nella loro atmosfera scura, nel loro essere amanti così platonicamente focosi, possono scrivere pezzi estatici e drammatici al tempo stesso, riscrivendo l'essenza delle ballate folk a due voci. Lanegan poi non smette di stupire per la sua versatilità anche in Lately, un pezzo dall'andamento dylaniano che si fonde col gospel, aggiungendo tutto quello che solo la sua voce distrutta da milioni di sigarette ed alcool riesce a portare.
L'ammirazione per i due e per i precedenti lavori forse pesa negativamente in un lavoro al di sotto della loro media, ma era francamente impossibile replicare gli ultimi album. Ci rassicura comunque il fatto che, come abbiamo visto anche qui, sono ancora loro i leoni nella foresta del folk e che lo resteranno ancora per molto tempo.
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