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Il periodo del 1975-1980, il cosiddetto buen retiro, è con ogni probabilità uno dei più interessanti e misteriosi dell’intera vicenda umana ed artistica di John Lennon. Alla nascita di Sean, erede che la coppia John/Yoko aspettava da tanti anni, l’ex-Beatle decise di prendersi una clamorosa pausa di riflessione durante la quale dedicarsi completamente alla famiglia, impastando il pane e girando il mondo mentre i suoi vecchi compagni d’avventura continuavano a sfornare dischi dal dubbio valore. In realtà Lennon non smise mai di suonare e registrare demo ed abbozzi di canzoni. Una piccola parte di questa montagna di roba prodotta in cinque anni (rintracciabile in modo completo ed esaustivo nei meravigliosi bootlegs della serie Lost Lennon Tapes) finì nel disco del grande rientro: Double Fantasy. Manifesto (già a partire dalla copertina) del loro grande amore, John e Yoko Ono, i quali tra l’altro dividono equamente i crediti del disco (sette brani a testa), vedono nell’album del 1980 l’occasione giusta per ribadire la loro forza ed unione d’intenti. Il risultato in realtà incontra lo stupore della critica dell’epoca, sconcertata dai melensi e pomposi brani di Lennon ma ancora di più dalle irritanti prove vocali della giapponese. Critiche, però, spazzate via dalla terribile notte dell’8 dicembre. Quella che portò via John Lennon e, di contro, scaraventò Double Fantasy in testa alle classifiche, dando poi vita alla lunga sequela di speculazioni discografiche operate da Yoko nei decenni successivi, tra raccolte inutili e album (pseudo)inediti riproposti in tutte le salse.
Stripped Down è l’ultimo di questi prodotti, la novità tenuta in serbo da Yoko Ono in vista della recentissima ripubblicazione (con relativi, ennesimi, remix) dell’intero catalogo solista lennoniano proprio in prossimità di quello che sarebbe stato il settantesimo compleanno del compianto musicista. Se dovessimo proporre un termine di paragone per questa operazione, l’esempio più calzante sarebbe giocoforza Let It Be...Naked dei Beatles. Ma se quel disco fu voluto con forza da Paul McCartney per ripristinare in qualche modo la visione originaria di un album, a suo modo di vedere, eccessivamente rimaneggiato da Phil Spector, in questo caso si tratta di un puro esercizio di editing ad uso e consumo dei feticisti o dei polli completisti a cui spillare gli ennesimi venti bigliettoni. Il risultato finale vede le canzoni ripulite da molti degli effetti sonori più stucchevoli e patinati (in particolare nei brani della Ono stessa), andando a focalizzare l’attenzione sulle basi ritmiche e sulla chitarra di Lennon e restituendo si un album con meno fronzoli, ma niente di così eccessivo da meritare una pubblicazione. Anche perché, scavando in profondità e dopo ripetuti ascolti, l’unico brano che risulta davvero diverso (in meglio o peggio potete deciderlo da voi) è Woman. Un arrangiamento semi-acustico che ci riporta alle migliori pagine del primissimo Lennon solista e che in accoppiata con la meravigliosa Watching The Wheels rappresenta l’ultimo eccellente prodotto pubblicato in vita dal songwriter inglese.
Chiudiamo con un consiglio: il più famoso studioso dei Beatles Mark Lewisohn nel 1990 curò un cofanetto celebrativo della carriera solista di John Lennon. L’ultimo dei quattro dischetti che lo componevano, contiene tutti i brani registrati, prodotti e rifiniti nelle sessions di Double Fantasy (metà dei quali poi apparsi nel postumo Milk & Honey) escludendo a priori quelli composti e cantati da Yoko Ono. Vale la pena recuperarlo in qualche modo. Anzi, in qualsiasi modo.
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