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Confezionato in una preziosa copertina metafisica esce l’atteso secondo lavoro degli Her Name Is Calla. Il quintetto comprende Tom Morris, Thom Corah, Sophie Green, Michael Love, e Adam Weikert e ha un passato che affonda le proprie radici nei fasti gloriosi della musica inglese. Dopo un album d’esordio per la Gizeh Records (”The Heritage”, 2008), escono ora per la tedesca Denovali con un album che appare come un immediato manifesto di intenti post-rock. Germogliati nel fecondo giardino musicale di Leicester, i nostri tornano alla carica con un secondo slancio di visionarietà epica e con un tour che ad oggi, nel Regno Unito, registra quasi ovunque il tutto esaurito. La capacità di scrivere pieces monumentali che per ampiezza ed enfasi possono ricordare alcuni momenti dei Twilight Sad, o dei iLiKETRAiNS, si accompagna ad una vagonata sterminata di riverberi sonori che si materializzano in ”The Quiet Lamb” attraverso un tono più possente del previsto, e con un’espressività che tutta infestata da spettri pare quasi uscita da qualche castello della vicina Scozia. Si tratta di musica dal timbro quasi operistico, con voci lontane, folate di fiati e pianoforti, e arrangiamenti cupi che suscitano un senso di mistero arcano. Succede ad esempio, nei diciassette minuti di “Condor and River”, il cui passo si insinua poco alla volta fra le pause interminabili e i crescendo di un violino che si fa padrone dell’insieme. Si direbbe, quasi, che quello che appare più contare nell’album è il cupo andamento favolistico di note insistite e di timbri vocali cadenzati in modo parossistico. Si direbbe, cioè, che se da un lato la calma ipnotica di “Quiet Lamb” vorrebbe eguagliare la grande metafisica di Thom Yorke (basti ascoltare “Thief” o “Pour More Oil” per capire che, qui, almeno una fetta della torta è dei Radiohead), dall’altro, incorre nel rischio di mistificare ogni potenziale tentativo di monitoraggio direzionale, presto liquidato con l’impellenza di imboscate e trabocchetti che, in piena regola slowcore, causano un ritardo piatto dell’ascolto. È solo, infatti, nella seconda parte dell’album che paiono intravedersi spiragli di luce. Succede quando la voce di Tom Morris ondeggia cigolante sull’arpa di “Long Grass” e “Homecoming” o quando, finalmente, le chitarre si scaldano alla fiamma di “The Union”. Ma forse, questo calore improvviso non basta a salvaguardare stupore e meraviglia, che se vincolate fanno presto a svanire nella coltre di nebbia arroccata su per l’impalcatura di un castello. Un album non proprio compiuto si direbbe, debole e non fragile, ma che di certo piacerà a chi (ermeticamente parlando) sta come d’autunno, sugli alberi, le foglie.
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