|
Lui si chiama Vasco. Di cognome fa Brondi, e non Rossi come il suo più famoso omonimo. Tuttavia, proprio come il Blasco nazionale, ultimamente si è un tantino avviluppato su se stesso.
Pensare che questo venticinquenne, in arte Le Luci della Centrale Elettrica, alla vigilia dell’uscita del suo Per ora la chiameremo felicità, aveva rilasciato dichiarazioni interessanti. Aveva detto, Vasco, che il colto, raffinato e leggermente snob indie rock italiano non riesce a conquistare la popolarità che gli spetterebbe di diritto, perché gli artisti si auto-ostracizzano, rifiutando sdegnosamente qualunque commistione con la macelleria mediatica del mainstream (cosa che riesce, per esempio, agli omologhi britannici, più orientati al versante commerciale, pur senza perdere la propria vocazione alla diversità). Analisi acuta e intelligente, gli addetti ai lavori sanno che è così, lo sanno i produttori, i giornalisti del settore. Ma, esattamente come il rock indipendente si condanna all’isolamento, erigendo da solo i muri che lo separano dal palco principale, la poetica di Vasco Brondi non riesce a superare i propri limiti. I temi che ricorrono in Per ora la chiameremo felicità sono sostanzialmente gli stessi del precedente Canzoni da spiaggia deturpata. Il mondo fotografato da Brondi è irreale, ma al tempo stesso terribilmente nitido, familiare e riconoscibile per chiunque; soprattutto, lo è per chi, in quelle giungle suburbane chiamate hinterland, ci vive, o meglio, è impegnato in una quotidiana lotta darwiniana per costruirsi un futuro che si snoda tra smog, tangenziali, precariato, rate del mutuo da strozzinaggio, parcheggi (sia reali che metaforici) e non-luoghi di varia natura. Certo, la lente con cui Vasco analizza la realtà è inevitabilmente deformante, distorce le cose rendendole assai più mostruose di quanto effettivamente non siano, ma al suo esordio eravamo ben disposti a concedergliela come licenza poetica: tant’è vero che molti di noi lo avevano istantaneamente incoronato novello Leopardi della provincia meccanica. Al secondo album, tuttavia, prende corpo il sospetto – rafforzato da quel suo modo di cantare e di suonare un po’ troppo monocorde, quasi una traduzione sonora dell’abulia che ti assale in certe sere gelide e brumose, in coda sulla SP Rivoltana – che la creatività del Brondi sia un po’ a corto di fiato. Questo iato spazio-temporale, immobile e immutabile, ha bisogno di una scossa, di una rottura, di un urlo di rabbia vero e sanguigno, non represso.
A questo giro, Vasco non ha trovato l’energia per farlo. Magari la prossima volta sarà quella buona.
|