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Le vestigia del Sufjan che conoscevamo (o almeno, quello familiare dell'imponente Illinois) rimangono nei due minuti e poco più dell'iniziale Futile Devices, dolce e intimista, e negli ultimi due dell'interminabile Impossible Soul. Per il resto, il vulcanico cantautore scompagina tutto e ammanta i brani del nuovo The Age Of Adz di ben più di una patina di elettronica; i pezzi sono rivestiti di tutto punto, per quanto si tratti di un uso di strumenti digitali piuttosto "povero": si intende dire che, piuttosto che affidarsi agli ultimi ritrovati, Stevens propende per un uso più classico basato su drum machine e su synth non proprio ultimo modello.
Ma, a ben sentire, ci si accorge presto che, per quanto stravolta la forma, la sostanza non è poi cambiata di molto. Le sincopi, i cambi di ritmo, le trovate orchestrali, gli arrangiamenti sontuosi di un brano come Too Much, un gioiellino pop orecchiabile e appiccicoso come I Walked, le armonie vocali e l'atmosfera bucolica di All For Myself non sono così distanti dal folk orchestrale esibito dall'americano nei dischi precedenti. Insomma, le fondamenta e anche le strutture fondamentali della casa sono rimaste identiche (persino elementi di abbellimento, per così dire, come le scale veloci e fugaci di fiati che svolazzano qua e là un po' in tutti i pezzi, sono dei marchi di fabbrica del nostro); l'arredamento e l'oggettistica vengono sconvolti, sostituiti e rimpiazzati da glitch, ronzii, vibrazioni sintetiche e fremiti digitali. Ad ogni modo, rimane intatta la complessità degli arrangiamenti: la cinetica I Want To Be Well, con i suoi cori reiterati avvolti in un florilegio di mosche elettriche, percussioni frenetiche e trilli di synth. Per non parlare della mastodontica Impossible Soul, che cambia volto svariate volte e che rappresenta uno zibaldone di trovate tecniche e melodiche che godono di nuova freschezza grazie all'uso sfrenato dell'elettronica (compreso uno imbizzarrimento di Stevens al vocoder). The Age Of Adz non è un disco facile da accogliere: prima di poterne apprezzare il valore, sono necessari almeno tre ascolti. È un disco barocco (come lo è gran parte dell'opera di Sufjan), ma quel barocco piacevole che, piuttosto che stancare, stimola alla ricerca e all'apprezzamento di diverse sfumature, di particolarità sonore che saltano fuori come funghi ad ogni nuovo ascolto.
Sebbene non sia forse questa la veste migliore con cui abbigliare i brani di un artista versatile come Sufjan Stevens, è sicuramente apprezzabile la volontà di cambiamento e sperimentazione dimostrata, mirante ad evitare la chiusura all'interno del confortevole rifugio del folk orchestrale che, seppur potenzialmente ricco e portatore di futuri, ulteriori successi, poco si confà all'animo mutevole e umorale di questo artista che, cinque anni dopo il celebrato Illinois, torna a stupire.
Album non immediato, quindi, ma che invita ogni volta all'ascolto, ed è forte di almeno due pezzi superlativi.
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