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Ascolto l’ultimo lavoro dei Deerhunter e la prima cosa che riesco a pensare è che è carino. La seconda, che è completamente inutile, nonostante sia carino. È una buona cosa di pessimo gusto (per scomodare un concetto crepuscolare) che se va in giro con il suo fare un po’ kitsch. Del resto parliamo di una band che non ha fatto dell’innovazione il suo cavallo di battaglia e che in quasi tutti i suoi dischi (Cryptograms e Microcastle/Weird Era Cont.) ha sempre oscillato attraverso strambe evanescenze tra il garage e la psichedelia alla ricerca di un sè, forse mai trovato.
Halcyon Digest, considerato l’ultimo e più interessante lavoro della band di Atlanta, sembra un po’ meno inconcludente ma, come i suoi fratelli, non può esimersi dal perdersi in voli pindarici da artistoidi nullafacenti. L’obiettivo, dichiarato già nel pezzo di apertura del disco, la fumatissima e onirica Earthquake, è quello di far ascoltare un mix di sonorità che si aggirano tra lo shoegaze, il garage e il surf con qualche influenza californiana, che ultimamente va tanto di moda. La conferma shoegaze arriva, infatti, con la seconda traccia Don’t Cry che sorniona e placida ti avviluppa dopo lo stropicciato pezzo d’esordio. Di qui, si procede con un fare quasi anni ’70, leggermente psichedelico con Revival, un pezzo brioso con schitarrate e coretti tra il beat e il surf ed echi di fondo che emulano il suono di una conchiglia. La via del mare, sulla scia del surf anni ’60, viene perpetrata con Sailing, una ballad melensa e dolce che scorre placida con chitarra e una voce sussurrata quasi, con suoni acquatici in sottofondo, quasi per accompagnare una passeggiata notturna sulla spiaggia. Una smossa viene offerta dalle deliziose Memory Boy, allegra e sincera con un groove acustico incalzante, e Desire Lines, a mio parere il pezzo migliore dell’album: leggermente lo-fi con un intento garage, illuminata da reverberi post punk e una melodia davvero accattivante. Basement Scene e Helicopter riportano un po’ la testa fra le nuvole con turbinii ed fluttuazioni sonore impalpabili. Sostanzialmente due pezzi che sembrano messi lì giusto per fare numero. Mentre a risollevare un po’ l’attenzione intervengono le gioviali Fountain Stairs e Coronado che, risonanti di accordi in maggiori e un aggiunta di sax, perseguono la via della piacevolezza, forse raggiunta appieno (paroloni!) da We Would Have Laughed che ricorda un po’ i primi Vampire Weekend. Un pezzo nel complesso molto carino con le sue percussioni, i ricamini acustici, i coretti e un mood che si dissolve completamente nel finale.
Questo è Halcyon Digest: un mood oscillante tra alti e bassi come una nave che si muove in pieno oceano. A volte dà un po’ la nausea, a volte è piacevole. Di sicuro un sottofondo delizioso, a cui è inopportuno prestare troppa attenzione.
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