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Alla fine è uscito, il tanto atteso, affollato di ospiti e acclamato, ancor prima di sentire mezza nota, lavoro di questo strano, iperegotico geniaccio di nome Kanye West. E si è beccato un bel 10 tondo, tondo, da Pitchfork, rivista tra le più cool e fighetta del globo. Si aggiunga il precedente lancio di Runaway, “cortometraggio” ipertrofico e ultrapatinato di 35’, in cui si narra delle vicende mondane di uno splendido angelo, l’incredibile Selita Ebanks, catapultato su questa strana terra e si capirà che stiamo dinanzi all’evento di questi anni Dieci.
A queste premesse tocca di esplicitare quanto Kanye West ci sia piaciuto sin dal suo esordio di post-moderna poesia hip-hop, lontana mille miglia dal gangsta rap, con un titolo che ispirava empatia: The College Dropout (Roc-A-Fella, 2004)! Inoltre la sua biografia: un papà Black Panther, ora predicatore evangelico; Kanye che subisce un terribile incidente automobilistico, con triplice frattura della mandibola, proprio nel momento del lancio del suo primo CD; la mamma che muore sotto i ferri di un intervento di chirurgia estetica; il nostro eroe che picchia paparazzi eppoi, proprio quest’anno, sostituisce i denti della sua arcata inferiore con diamanti. Un misto di esagerazioni e leggende.
Ed ora eccoci qui: copertina del CD, censurata in USA, con quadro del pittore George Condo, che raffigura Kanye mostruoso in posa hard sul sofà di casa, con la sua Phoenix. Quindi si inizia subito con cori strappalacrime in Dark Fantasy, intro sospesa tra vocalizzi e tappeti sonori da hit hip-hop. E Gorgeous con Kid Cudi & Raekwon si distende su un groove fumoso da fine nottata, ma qui siamo solo agli inizi. Così Power con la prima apparizione di Jay-Z ci spinge tra bolge neo-tribali e sovraccarico di cori, anche distorti. Ma il disco esplode letteralmente con All Of The Lights: batteria ipervelocizzata, duetto vocale con Rihanna e suoni a tratti epici. È solo l’inizio del delirio, in realtà, perché subito dopo segue Monster, con tanto di stralunate e distorte voci iniziali, base assai cupa e un paio di assolutamente deliranti inserti vocali di Nicki Minaj, che da soli spaccherebbero la più infuocata tra le dance hall, anche di fine anno. Quindi tastiere sepolcrali che ricordano Wu Tang Clan (non a caso c’è RZA accanto a Jay-Z, qui) e beat assassini in So Appalled, dove CyHi Da Prynce rappa: My Movement is like the civil rights! Quindi la malinconica poesia di Devil In A New Dress, con cori e controcanti da discesa in inferi senza tempo, che si stacca di botto per aprire ai quasi dieci minuti dell’epopea Runaway, quella del cortometraggio di cui sopra, con un immenso finale ipersinfonico. E dopo il passaggio da rap rumorista di Hell Of A Life, ecco l’impossibile: in Blame Game il giro di piano di Avril 14th di Aphex Twin è détournato da John Legend per quasi otto minuti. Quindi Lost In The World, con intro a cappella di Bon Iver, che devia in un gospel, con annessi, immancabili battiti tribali e un sample da Gil Scott-Heron: il cerchio si chiude, tornando al radicalismo anni ’70, tempi in cui il nostro 30 something nacque.
Abbiamo tralasciato altre decine di campionamenti, citazioni, apparizioni: una cornucopia inesauribile di intelligenza e immaginazione, che proprio sul filo di lana ci potrebbe far gridare al capolavoro degli anni dieci che vengono, seppure i picchi di megalomania inesauribile distribuiti a profusione ci portano a esercitare quel distacco critico, che Kanye West ci pare trascuri un po’ troppo.
Possiamo senz’altro dire che se l’anno si era aperto con la ricchezza sbilenca e accidiosa di Gonjasufi, coadiuvato dal folle Gaslamp Killer, si chiude ora con l’ipertrofia quasi speculare di Kanye West: accanto la sintetica malinconia di Darkstar. Tre stili, tre etichette – WARP, Hyperdub, Roc-A-Fella/Def Jam, tre visioni dell’elettronica come epica del tempo presente. Verrebbe da dire: In Hoc Signo Vinces.
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