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Si è voluto definire come un tuffo nel passato, negli esordi dei Jamiroquai che ormai varcano la soglia dei venti anni di carriera, questo Rock Dust Light Star. Che non può mancare dall’essere sottoposto - anche se forse non si dovrebbe - agli inevitabili paragoni al non immediatamente precedente ma eccezionale, A Funky Odyssey del quale evitiamo di esporre i vertiginosi bilanci. Sicuramente uno dei grandi e tanto attesi ritorni dell’anno ormai lasciato alle spalle, ma quanto soddisfa?
Forse sarebbe necessario andare piuttosto indietro ed inoltrarsi profondamente nelle radici sonore di questo gruppo per capire i margini entro cui, come ha detto lo stesso Jason Kay in occasione della promozione italiana, questo disco rientra, riprendendo le origini musicali e soffermandosi un po di meno sull’esagerazione e più sul “poco”, che secondo lo stesso leader della band, spesso vale più del “tanto”. Poco funky, mentre rock e dance, ambientazioni musicali angoscianti e mescolate predominano. Sarà comunque difficile definire questo disco “semplice” o per lo meno c’è da riflettere sul significato che Jay dà a questa parola, perché in Rock Dust Light Star si trova davvero di tutto! C’è da perdersi e sembra che proprio più che voler fare una cosa semplice si perda in troppe cose e confonde le idee, dove tutto scorre non molto velocemente ma sempre per conto suo. La bravura di Jay, quella ritmica, quell’energia che lo contraddistingue da sempre persistono, ma si abbandonano qua ad altre tematiche musicali: il basso tipico che caratterizza All Good In The Hood o Two Completely Different Things rievocano gli ultimi lavori provocando un po' di nostalgia e ricreano quell’atmosfera jamiroquaiana, ma ben presto lasciano, un po' a malincuore, ampio spazio alla chitarra elettrica, alla batteria più pesante del solito che insieme diventano le protagoniste del tutto... indigeste addirittura in Hurtin’ che rischia di far perdere di vista il Jamiroquai di You Give Me Something o Little L del 2001. Si esplora tantissimo, persino orizzonti musicali piuttosto stranieri e lontani quali il reggae che sfiora in ben due pezzi della tracklist, Goodbye To My Dancer e Hey Floyd. Belle invece le aperture di archi e lo sfociare in un oceano di tastiere e trombe di Lifeline. Un bagaglio musicale pesantissimo, nel senso che la musica, il ritmo e la straordinarietà di Jamiroquai spopola, riuscendo come sempre ad imporre il significato nascosto e il potere della musica, ovvero quello di farti alzare e ballare. Questa è la grande grinta ed intelligenza di Jami, che rimane una chicca per pochi nonostante la sua capacità di scalare le classifiche e farti immergere in un vero vortice di musica che piace anche a chi non lo segue o coloro che dopo un primo ascolto ricorderanno poco di questo disco. Il quale, a parte White Knuckle Ride uscita come primo singolo e la precoce ma bellissima Blue Skies, obbiettivamente sembra lasciare ben poco alle radio e rimane sospeso a metà.
Se tutto questo Jay lo definisce semplice, noi comuni mortali non possiamo far altro che sentirci inferiori: “se lo dice lui..“
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