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Pat Metheny
Orchestrion
2010
Nonesuch
di Chiara Felice
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L'ormai trentennale carriera di Pat Metheny è stata costellata da dischi mediocri, in contrapposizione ad album che hanno messo d'accordo pubblico e critica. Il suo ultimo lavoro solista - Orchestrion - arriva a ben sette anni di distanza dalle atmosfere soffuse di One Quiet Night.
Orchestrion è un progetto che ha radici molto lontane, che ci portano indietro fino all'infanzia di Metheny; ed è lo stesso chitarrista a raccontare la sua fascinazione verso quel pianoforte automatico nascosto in un angolo del seminterrato della casa dei nonni: “trascorrevo ore là sotto con i miei cugini, provando ogni singolo rullo e pigiando i pedali finché non eravamo completamente esausti”. Il meccanismo che sta alla base del funzionamento degli autopiano, se applicato ad una serie di strumenti orchestrali (per lo più percussioni e strumenti a martello), dà vita a questi grandi insiemi musicali chiamati orchestrions. Il jazz è il genere che più di ogni altro si è dimostrato incline alle sperimentazioni di nuove tecniche strumentali e alla ricerca di innovative commistioni musicali; Pat Metheny è uno dei pochi artisti che non si è mai tirato indietro quando si è trattato di sperimentare. Orchestrion è un'idea che si era insinuata nella mente del chitarrista da moltissimo tempo, ma il coraggio aveva bisogno della compagna esperienza per poter dar vita ad un lavoro così impegnativo. La copertina del disco ci fa capire quanto lavoro ci sia stato dietro, Pat Metheny però non perde quella che è la sua naturale inclinazione e resta il protagonista principale con i suoi passaggi chitarristici. Il brano che apre e da il titolo all'album è sicuramente la punta di diamante del disco, vortici di percussioni avvolgono i fraseggi effettati della chitarra che si sviluppano in sintonia con gli arpeggi del piano. Sono lontani i gloriosi tempi del Pat Metheny Group (come dimenticarsi di un brano come San Lorenzo?!) ,anche se ogni tanto sembra di sentirne ancora qualche eco (Expansion). Alla tempestosa Orchestrion - della durata di quindici minuti - segue l'ovattata Entry Point che ci riporta ad atmosfere più dilatate e delicate. Il tocco chitarristico di Pat Metheny - ormai vero e proprio marchio di fabbrica - è il filo conduttore di tutto l'album che è composto di sole cinque tracce, ma è anche l'unico elemento capace di trasmettere emozione. Il tentativo di creare una “base” musicale - attraverso gli orchestronics - sulla quale sviluppare i fraseggi chitarristici appare riuscito solo a metà; in alcuni passaggi il disco risulta freddo e anche l'emotività di Metheny sembra nascondersi dietro il mero tecnicismo per riempire spazi che altrimenti sarebbero rimasti vuoti. Molto interessanti risultano invece alcuni slanci che troviamo in Expansion e Spirit Of The Air, ma nell'insieme l'album risulta leggermente ingessato.
Il lavoro e il pensiero che ci sono dietro Orchestrion sono assolutamente lodevoli, il risultato finale lo è un po' meno. Soffriamo l'assenza delle costruzioni verticali di Lyle Mays sulle quali Pat tesseva meravigliosi fraseggi (vedi l'album Pat Metheny Group tanto per citare il preferito di chi scrive), ma indipendentemente dal fatto che Orchestrion non entrerà tra le pietre miliari del jazz, bisogna comunque fare i complimenti a Metheny per il coraggio!
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15/01/2011 -
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