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Da un po' di tempo a questa parte sembra risorgere all’interno del panorama rock internazionale il concetto di supergruppo. Infatti dopo il progetto che ha portato alla formazione dei Chickenfoot, con Sammy Hagar dei Van Halen, Chad Smith dei RHCP e Joe Satriani alla chitarra elettrica, e dopo l’idea di Dave Grohl, ex Nirvana, ora con i Foo Fighters, e di Joshua Homme, dei QOTSA, di costituire i Them Crooked Vultures, ecco che arrivano sulla scena i Black Country Communion, un poderoso supergruppo di hard rock e di heavy metal che affonda le sue radici nel blues più caldo e pesante, che ricordano nella chiave elettrica e nello spessore l’Hard Rock degli anni Settanta, e il suono di band come Led Zeppelin, Deep Purple, Black Sabbath e AC/DC.
Ma... chi sono loro? Di chi stiamo parlando? Non vi preoccupate, è gente vera, musicisti rimasti ancorati ad un glorioso passato e ancora oggi in grado di proporre sonorità tali da fare la differenza, da far oscurare nel cielo le nuove stelle del post rock e del nu metal. I Black Country Communion infatti nascono dall’incontro fra Glenn Hughes, straordinario vocalist ex Deep Purple, e il mitico Joe Bonamassa, venerato chitarrista di rock blues. A loro si sono uniti Jason Bonham, figlio di John Bonham dei Led Zeppelin, alla batteria, e Derek Sherinian, ex Dream Theatre, ora con i Planet X, alle tastiere. La band è al suo disco d’esordio, prodotto da Kevin Shirley, colui il quale è riuscito nell’impresa di mettere insieme questi grandi nomi della scena hard & heavy. Inizialmente si pensava ad un power trio, poi l’idea è stata scartata. Quel Black Country inserito nel nome della band è un tributo alla regione di origine sia di Glenn Hughes che di Jason Bonham, un luogo carbonifero e ad alta concentrazione industriale che si trova sul territorio inglese. Beh, mi stavo quasi per dimenticare di dirvi che è un disco fantastico, fatto non soltanto di grandi nomi, ma di pezzi memorabili. Un titolo su tutti: Song Of Yesterday, un brano che riassume tutta la musicalità dei primi anni Settanta, ma che aggiunge ad essa una nuova freschezza, una hard rock ballad di una potenza inaudita, che però contiene linee melodiche struggenti, disegnate dalla chitarra di Joe Bonamassa, le cui note lancinanti volano diritte in cielo, ben supportate da un Glenn Hughes che ci regala una sezione vocale aggressiva e potente. Per il resto vi segnaliamo brani come Black Country, No Time e Too Late For The Sun che hanno sapori zeppeliniani, Beggarman invece è dotata di una intro chitarristica molto hendrixiana, laddove Down Again ha il marchio di fabbrica dei Deep Purple; The Revolution In Me e Stand assomigliano a vecchie cose dei Black Sabbath, mentre One Last Soul e Medusa ricordano il meglio della lunga produzione solista di Glenn Hughes e Sista Jane sembra un demo nascosto degli Ac/Dc.
Tante citazioni, forse troppe, è vero, da un repertorio decisamente classic rock. Ma personalmente sono convinto che si avverta un forte bisogno di tornare a quei tempi, quando la musica era suonata per davvero, visionaria e fulminante. Da ascoltare con il volume del vostro hi-fi al massimo!
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