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The Decemberists
The King Is Dead
2011
Rough Trade
di Chiara Felice
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Questo 2011 è iniziato all'insegna di grandi aspettative nei confronti del nuovo disco dei Decemberists e la domanda ricorrente è stata: questa volta che strada avranno deciso di intraprendere Colin Meloy & company? La band di Portland ci ha infatti abituati a continui cambi di rotta, alla perenne ricerca di nuovi stimoli musicali. The Hazards Of Love sembrava voler essere il “non plus ultra” del gruppo, una rock-opera piena di rimandi ai generi più disparati, 17 brani intrisi di folk, indie e ammiccamenti al progressive. Difficile proseguire per la stessa strada, soprattutto dopo che gran parte delle critiche al disco erano state inclementi. Meglio tentare di tornare sui propri passi, un passo indietro, ma fatto con la dovuta classe.
Ritorno alle radici, alla semplicità, nessun orpello, si lavora “a togliere”. The King Is Dead è tutto questo più una costante che mantiene il disco legato ai precedenti: la voglia di raccontare storie lontane che hanno il gusto della leggenda narrata intorno al fuoco dal membro più anziano della tribù. Se intessere opere dal sapore mastodontico può sembrare cosa assai complessa, il ricercare linee melodiche che riescano a restarti in mente per giornate intere - i cosiddetti “motivi orecchiabili” - non è pregio comune. Il passaggio dall' “articolato” al “semplice” nel caso di The King Is Dead è riuscito in pieno! Ecco quindi il ritorno alle origini, che vanta debiti importanti verso la tradizione folk americana - da Bob Dylan a Neil Young - e la dolce June Hymn ne è un esempio: semplicissimo arpeggio chitarristico e un'armonica a bocca a rimarcarne la nostalgia. Ma non mancano i momenti più sostenuti, come in Down By The Water dall'intro tiratissimo e assolutamente springsteeniano. Non c'è solo la tradizione statunitense, Rox In The Box contiene un omaggio alla migliore tradizione musicale d'oltremanica, la ballata The Raggle Taggle Gypsy (già omaggiata dai Waterboys nel loro bellissimo Room To Roam); le due culture musicali si fondono in All Arise, caratterizzato da una linea melodica di violino che rimanda ai gruppi folk di fine anni Sessanta (Albion Band per nominarne uno). Tra i tanti echi del passato spunta anche un omaggio a uno degli artisti più amati da Meloy, This Is Why We Fight non nasconde la sua simpatia verso Morrissey (che nel 1986 con gli Smiths licenziò The Queen Is Dead, titolo con una certa assonanza con The King Is Dead). A completare il quadro del “ritorno alle origini” contribuisce anche Gillian Welch che presta la sua voce nella trascinante Down By The Water, mentre invece il giro chitarristico stile jingle di Calamity Song è opera di Peter Buck, chitarrista dei R.E.M. che ritroviamo anche in Down By The Water e Don't Carry It All.
The King Is Dead non è certamente un disco che annoia, l'intento, più volte rimarcato da Colin Meloy, di voler tentare la strada della semplicità è riuscito perfettamente, l' “esercizio di moderazione” tanto agognato dal leader dei Decemberists ha dato i suoi frutti. Un passo indietro? Un ritorno verso strade più sicure? O l'ennesimo nuovo orizzonte esplorato? A quanto pare questo non ci è dato saperlo, quello che è certo è che il viaggio dei Decemberists continua e noi non dobbiamo far altro che attendere e vedere su quale inesplorata terra attraccherà la nave dei nostri impavidi naviganti.
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27/01/2011 -
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