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“Una reunion? Bleah, sarà la solita pappa riproposta”. Se state pensando ad una cosa del genere, be' stavolta vi sbagliate di grosso.
Mi verrebbe da cominciare con un “Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo...” ma non è abbastanza rock da poterci identificare la storia dei The Gang. Vista la mia giovane età (quasi discutibile ormai), non ho vissuto quella fase underground esplosa come una supernova nelle fumose periferie britanniche con un’onda d’ urto che è arrivata fino alla nostra penisola, seppur con una ventata molto minore. Ecco, i The Gang sono figli della miglior espressione di questo disagio, di voglia di cambiamento, tra il DIY all’ italiana e la vera e propria militanza; senza dubbio uno dei muri portanti di quanto di fondamentale abbia sfornato l’Italia, musicalmente parlando. Per questo il loro Tribe’s Reunion acquista un’importanza storica, just one night in cui come lupi mannari si riuniscono Red, Johnny Guitar, Bum Bum e Gugo Pathcanka (nuovo bassista, dai Malavida) all’Extra Club di Recanati per un live annuale, pronti a marciare ancora al grido di “Rumble Rumble Beat!” Un disco live per una reunion che ripercorre solamente i primi passi della band dall’84 all’89, quelli in cui cantavano in inglese e traevano ispirazione dai Clash per un combat-rock all’italiana di ottima fattura, quelli in cui le chitarre erano più sporche e la voce tiratissima, quelli in cui cavalcavano la scena underground, quelli pieni di ideali anti-sistema, di ribellione, di resistenza e di urla proletarie. Tracklist dal cuore punk, Night In Chains, Libre el Salvador, Badlands e Song Of Prisoner tra le tante non sono altro che gioielli sporchi di fango, banconote bruciate al cielo: gli anni sono passati, il sudore scorre lento tra le rughe, la voce di Red si sforza un po’ di più per mantenere il livello e gridare la rabbia ma chissenefrega dell’estetica, non è questo che bisogna guardare, faccia un passo avanti chi aveva il coraggio di criticare Johnny Rotten per il suo anti-stile.
Insomma una reunion che si incastra alla perfezione con l’insofferenza verso l’attuale società di plastica, che alza la voce per smuovere le coscienze e risvegliarle da un sonno letargico, che spettina le folle. Il live si conclude con un omaggio a vecchi amori mai sopiti: Nobody’s Hero degli Stiff Little Fingers, Garageland dei Clash e l’inno dei ribelli I Fought The Law: ed il tutto mi sembra essere custodito in quel verso “Get up, get out, be what you are”, però mi viene da chiudere in questo modo: Rock will never die!!
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