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Ma che è successo ai Cold War Kids? Sopraggiunta maturità anagrafica? Desiderio inconfessato di mettere la testa a posto e vivere da bravi ragazzi? Iniezione di ottimismo? Le ipotesi al riguardo sono molteplici, e per quanto molti fan si sforzino di essere ottimisti, la più accreditata è anche la più temuta, almeno quando si parla di rock indipendente: la band californiana ha deciso che è giunto il fatidico momento in cui il bacino degli ascoltatori deve essere ampliato il più possibile. Intendiamoci, non che la cosa in sé sia deprecabile; quanto poi al bisogno di crescita e trasformazione, è un diritto intoccabile di qualunque artista, e certo nessuno di loro ci tiene ad essere per sempre uguale a se stesso. Tuttavia, ribadiamo che – così come avviene nel metal, e a differenza del pop - qui ci muoviamo in un campo in cui valenza artistica, impatto e potenziale di influenza di un album non vanno di pari passo con i numeri delle vendite. Anzi, il più delle volte si verifica l’esatto contrario.
Stilisticamente, in questo Mine Is Yours, Nathan Willett e soci appaiono ancora in grado di dare dei punti sia a colleghi più rinomati, apparsi decisamente in affanno nelle prove più recenti (leggasi Kings Of Leon) sia a nuove leve senz’altro interessanti, ma che hanno ancora tutto da dimostrare prima di montarsi la testa (Arcade Fire). Quanto alla produzione pulita, “da major label”, non è detto che sia necessariamente un male, anzi: in molti casi può servire ad esaltare una sonorità, un accordo, un dettaglio che altrimenti si perderebbe. Il problema, semmai, è che qui non c’è nulla da esaltare. Su undici brani, non si trova un riff che vada a segno, una melodia che arpioni davvero le orecchie. Il che fa specie, se si pensa ai Cold War Kids geniali, spinosi e laceranti di Robbers And Cowards o a quelli intimisti ed emozionanti di Loyalty To Loyalty. La voce di Willett rimane ottima, ma non ha nulla a che vedere con quel brivido che ci regalavano brani come Hang Me Out To Dry. Oggettivamente Mine Is Yours è un buon lavoro; ma la scelta di sostituire le laceranti storie di riabilitazione, malattia, dipendenza e arte come dannazione a cui eravamo abituati, con quadretti limpidi e luminosi come una giornata primaverile in alta montagna, forse è un po’ troppo radicale, e l’album in generale rimane un grosso punto interrogativo. Out Of The Wilderness rimane la traccia più vicina ai “vecchi” Cold War Kids, alla loro imprevedibilità e ai loro bruschi stop and go. Sensitive Kids e Cold Toes si spingono addirittura su ritmi quasi trance, ma l’esperimento è davvero troppo azzardato; meglio allora ripiegare sulla grazia sfacciatamente melodica e giocosa dell’estiva Royal Blue, di Finally Begins, Upside Down e Mine Is Yours; alcuni momenti di Louder Than Ever, Bulldozer e Broken Open conservano vestigia dell’antico appeal, che emergono però dopo più di un ascolto; ma il resto sa molto di acqua di rose. Non è sofferto e sentito come gli altri lavori, dà la sensazione di non essergli costato granché, a livello interiore.
A proposito di rock all’acqua di rose: che cos’è questa pandemia di smussamento degli spigoli, di livellamento e piallatura, che sta falciando stuoli di band? Tra i sopravvissuti del grunge e al grunge, e gli alfieri delle nuove tendenze come nu-metal, post-hardcore e indie, che a inizio millennio costituivano le falangi del nuovo rock - oscuro e cerebrale, ma anche rivolto a un pubblico più giovane e meno “tecnico” -, nell’ultimo paio d’anni abbiamo contato almeno una ventina di album francamente deludenti. Un paio di queste formazioni, già elette a furor di popolo capostipiti della generazione emo-rock, sono ormai da considerarsi definitivamente passate tra le fila del “nemico” mainstream (i nomi non li facciamo, tanto avete capito da soli).
Per i Cold War Kids forse non è ancora il caso di lanciare il codice rosso, ma certo siamo un po’ turbati da questa trasformazione. Continuiamo a crederci, ma vogliamo ricordare loro che ai veri fan, la prossima volta, non dispiacerà certo vedere un po’ più di coinvolgimento, a discapito del business se necessario.
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