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“..ricordo quando io e Billy dicevamo (…) che ci saremmo presi tutto e poi avremmo gettato tutto via”.
E’ questa la frase che chiude la canzone The Promise, il gioiellino che da’ il titolo al cofanetto The Darkness On The Edge Of Town Story, col quale Bruce Springsteen ha voluto omaggiare uno dei suoi dischi più importanti e dei più amati dai suoi fans, trentadue anni dopo la sua prima pubblicazione, ed è una frase che racchiude una poetica, che fotografa la mitologia dell’essere nati per correre, dove il correre è l’essenza, e conta più del raggiungere la meta, tanto da poter dire che alla fine quello che avremo ottenuto lo getteremo via.
La canzone The Promise è davvero il grido carico di disperata speranza, se ci si passa l’ossimoro, il racconto ruvido e disilluso che fa da punto d’incontro tra il Darkness originale, quell’oscurità ai margini di una città impressa sui solchi del vinile nel 1978, e il Darkness fino ad oggi lasciato inedito (per quanto un altro monumentale cofanetto, Tracks pubblicato nel 1998, contenesse già altre importanti tracce che erano rimaste escluse dall’album di fine anni ’70, e molte di queste contenute in The Promise fossero già apparse in numerosi bootleg). Quel Darkness On The Edge Of Town, già edito, quelle 10 canzoni che da Badlands alla stessa title track, segnavano un racconto in bianco e nero, potente nella sua drammatica solitudine, nella solitudine di quei personaggi tratteggiati in pochi minuti, nelle loro vite senza redenzione, senza illusioni, calate nella vita vera, lontane da sogni effimeri e dalle larghe autostrade del sogno americano e alla fine fatalmente ai margini di un’America livida (e alla fine invece dentro l’oscurità del proprio io) con la quale per forza dover fare i conti, quelle tracce rivivono brillanti nella versione rimasterizzata che Springsteen ha voluto pubblicare, e non perdono a distanza di oltre trent’anni la loro urgenza, il loro svolgersi, una dopo l’altra, quasi in un necessario sfogo lirico, uno sfogo rock, dal quale il Boss di quei tempi così tormentati per le sue vicende discografiche personali, non poteva esimersi.
Il Darkness che esce fuori da The Promise, invece, nelle 21 tracce che costituiscono gli inediti pubblicati nel cofanetto Darkness On The Edge Of Town Story, canzoni pensate e registrate negli anni tra il ‘76 e il ‘78 (salvo alcuni ritocchi, per lo più sovra incisioni o aggiunte di tracce vocali, decisi da Bruce, per la pubblicazione 2010), potremmo dire siano il lato B di quel disco, un'altra facciata, meno cinica, meno rabbiosa, più indulgente nei confronti dell’esistenza e del duro confronto con le sconfitte del quotidiano. Ecco allora il ludico sguardo dal di fuori di Outside Lookin' In, con Bruce che canta sotto un potente reverbero a metà tra Elvis e Buddy Holly (“Bene, la vita è la solita storia, di nuovo e di nuovo, e io mi trovo a guardarmi dentro dal di fuori”) o la suadente Fire (notissima ai fans anche per essere stata pubblicata nel Live 1975-85: “quando ci baciamo... uuuh: fuoco!”) oppure il ritmo contagioso di Rendezvous, e ancora lo scampanellio dai tratti spectoriani di Save My Love, appunto densissima nel suo arrangiamento da wall of sound alla Phil Spector, e dal giro melodico assolutamente arioso. E’ proprio questa ariosa dinamica, questo sguardo più luminoso che non ha trovato posto nel Darkness originale, che spiega, per quasi tutti questi inediti, perché questi brani siano rimasti fuori dal quel disco. Non che in queste registrazioni manchi il dramma, o la drammaticità delle storie, ma è proprio nella visione d’insieme, nel suo complesso come suono e come svolgimento lirico, e anche in alcuni particolari decisivi, che sembra non respirarsi la stessa cinica disillusione della rabbia giovane del disco del ’78. La stessa Racing In The Street, magnifica ballata che chiudeva il lato A del vinile originale, nella versione elettrica che apre il doppio The Promise, pur mantenendo la stessa storia di amore e di amicizie, delusi e traditi, ha tutto un altro mood, un altro incedere. L’attacco con pianoforte e armonica a bocca è semplicemente splendido, e la storia raccontata a tinte di rock da strada, lascia intuire energica esistenza (“Alcuni uomini rinunciano semplicemente a vivere/ E iniziano a morire lentamente, un poco alla volta/ Altri rientrano a casa dal lavoro e si danno una lavata/ E poi vanno a gareggiare in strada”), una dolce ma potente malinconia che però non lascia desolati e amari come si restava, seppur stupiti da cotanta bellezza in musica, alla fine della Racing In The Street “ufficiale”. Le molte storie d’amore (ormai agli sgoccioli come nella dolce One Way Street; tormentato come in Talk To Me, capolavoro pop ceduto al tempo all’amico Gary U.S. Bonds; passionale e infuocato nella celeberrima Because The Night, qui finalmente nella versione in studio del Boss, dopo essere stata resa immortale da Patti Smith, e pubblicata da Springsteen solo dal vivo, sempre nel Live 75-85) sono spunto e pretesto (come spesso accade tra l’altro nella storia della canzone americana...) per disegnare piccoli conflitti quotidiani, anime in cerca della propria voce e del proprio paesaggio, quindi, a loro modo, contraltare delle ombre e dei personaggi in bianco e nero del Darkness On The Edge Of Town originale: quelli sconvolti e travolti dai drammi e dai conflitti esistenziali (quando della vita urbana dei bassifondi metropolitani, quando dei conflitti padre/figlio, quando della rivincita da una vita senza senso, dai sensi di colpa, dalla voglia di riscatto, e dal prezzo da pagare per ottenerlo), inevitabilmente, per non dire volontariamente, lupi solitari, alla fine consapevoli che quell’oscurità ai margini della città, è un’oscurità che ti scava dentro, e ti lascia perso e col cuore spezzato da una promessa infranta, come in The Promised Land ad esempio). Questi invece ne escono fuori come ruvidi talenti del proprio drammatico r-esistere e vivere, nonostante tutto, fosse anche per una notte, per un bacio, per una corsa in automobile.
Ecco perché questo The Promise, è definitivamente il lato più in chiaro del dramma di Darkness, perché l’abbraccio appassionato e carico di un lirico voler sentire quella sensazione di Gotta Get That Feeling, o il fin troppo mieloso “un giorno” sospirato in Someday (We’ll Be Together) o il tenero grazie di The Little Things (My Baby Does), (queste ultime due, insieme a Save My Love, scritta per le session di Darkness ma reincisa in sostanza nel 2010, tradiscono un evidente richiamo allo Springsteen di Working On A Dream, datato 2009, e ai suoi richiami a Roy Orbison e allo stesso Phil Spector), e ancora il poetico incedere senza remore, senza timore, ma solo con dedita passione, della miracolosa The Way (con un solo killer al sax di Clarence Clemons) sono piccole salvezze quotidiane, piccoli ma significativi atti di una dolce (r)esistenza, cosi come la consapevolezza amara e la disillusione sui solchi del disco pubblicato nel ’78 erano atti di una rabbiosa (r)esistenza, una “rabbia giovane” che sembrava non lasciare spazio ad alcun incanto, ad alcuna speranza. In tutto questo scenario e in su entrambi i lati dei due Darkness, la E Street Band si dimostra capace di assecondare con generosa, capace energia rock e vigore pop le venature dello Springsteen alla ricerca della propria identità come autore, rocker, cantante e anche come artefice finalmente del suo stesso possibile successo, e lo fa mettendo a fuoco un suono che superata l’”iper produzione” di Born To Run, avrebbe trovato proprio in questi anni, diciamo tra il 76 e l’81, la propria dimensione, asciugando gli arrangiamenti, trovando il giusto amalgama tra pianoforte e organo, tra chitarre elettriche e sax, tra sezione ritmica e il canto rauco di Bruce. Un suono che superata anche l’esigenza in bianco e nero di Darkness, avrebbe rivelato tutta la propria dimensione rock con The River e si sarebbe poi evoluta partendo proprio dai semi di Darkness, nel suono da stadio del Born In The USA Tour, e ancora lungo i 25 anni a seguire fino ai giorni nostri, nel marchio potente E Street Band.
Ma, se come si diceva all’inizio esiste un punto d’incontro, una chiave che consenta di leggere insieme (e allo stesso tempo distinguere) i due Darkness, è dentro The Promise, la canzone, che dobbiamo cercarla. Se appare incredibile che una canzone così forte, così intensa, così bella, sia stata esclusa dall’album del 1978, ancora oggi tra le sue righe si può leggere tutta la disperazione dello Springsteen di quegli anni, forse un motivo per non pubblicarla, per scegliere di non volerci fare i conti. Quegli anni, tra il 76 e il 78, infatti, sono gli anni della disputa con il suo manager Mike Appel, che costringe il rocker del New Jersey ad una battaglia legale per difendere la propria musica, i diritti e la proprietà su quanto aveva fatto fino ad allora, la libertà di poter gestire sé stesso e i propri progetti musicali futuri Una battaglia che segnò Bruce, che si ritrovò dopo la gloria e il successo di Born To Run, all’improvviso, a dover fare i conti col mondo adulto, e con la necessità di diventare grandi (come cantava in The Promised Land, “mister, non sono un ragazzo, no sono un uomo”), per necessità, per non sparire. La canzone The Promise, anche se non esplicitamente, racconta un po’ di tutto questo, di vivere sognando e di sognare di vivere copiando gli attori dei film (come già cantava in Backstreets nel 1975), di un’automobile Challenger costruita con le proprie mani, ma che poi dovrà essere venduta per bisogno di soldi, di un segreto da mantenere ma che in una notte ubriaca viene rivelato. Racconta di un prezzo da pagare, e di un’autostrada sulla quale c’è qualcosa che muore per sempre. Racconta appunto di una promessa, una promessa spezzata, e di come si vada avanti a vivere ma, anche se non cambia nulla apparentemente, di come qualcosa nel tuo cuore si raffreddi. E racconta tutto con un incedere musicale da ballata mid/time, cantata con amara dolcezza (e ci si perdoni anche qui l’ossimoro), un ricamo di chitarre su un tappeto di pianoforte che ti costringe a sperare nonostante tutto, un percorso melodico che chiede all’inciso solo una liberazione dai pensieri cupi, e infine un insieme di parole e musica di una bellezza disarmante. Il verso finale, insomma, “che ci saremmo presi tutto e poi avremmo gettato tutto via" non è senza speranza, perché essere nati per correre significa anche quello, correre per il gusto di correre, di sentirsi vivi, sentire che se c’è un prezzo da pagare lo si pagherà, pensare che, lo avevamo giurato, ci saremmo preso tutto e, a pensarci bene, nonostante le tante sconfitte, siamo ancora in tempo per farlo.
E alla fine getteremo tutto via, per ricominciare di nuovo a correre.
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