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Come spiegare in poche battute il delirio totale che invade questo lavoro. Il primo album di una band di Bristol che a quanto pare non tradisce la propria origine territoriale facendo della sperimentazione una funzione cerebrale di controllo. La genesi dei Munch Munch è tra le più classiche di sempre. Richard Manber e Thomas Carrell si incontrano tra i banchi di scuola, dove accorpano al progetto anche Sarah Louise Renwick e Jack O’Connor. Da allora sono bastati una pugno di ep autoprodotti, qualche live e la supervisione della sempre ottima Upset! The Rhythm per vedere le loro quotazioni in rapida ascesa. Questione di merito, oltre che di note guizzanti e visioni freschissime. Nasce così ”Double Visions”, un album denso e serrato, eppure ascoltabile, grazie a una cura dinamica magistrale. Si stenta a credere che questo possa essere un lavoro uscito dalle mani di quattro ‘emergenti’ inglesi, che si reputano dei ‘non musicisti’ e dicono di fare semplicemente musica attraverso l’utilizzo di ‘cose’, oltre che di laptop, ovvio. Beh, il risultato di tutte queste cose è l’incasellamento di asperità lo-fi, che filano via come un sovradosaggio di rumore angelicato da voci bianche e rassettato da linee melodiche continuamente impilate tra percussioni, ottoni, xilofoni e glockenspiel, neanche fossimo sballottati da una giostra sinfonica. Un album da camera nel senso più tecnico del termine, dove rilevante diviene il respiro orchestrale di una massa di suoni che mescola senza confini, che non siano quelli sfasati e vacillanti di sintetizzatori che mantengono il baricentro solo per pochi attimi. È come se il retaggio estetico-noir dei Parenthetical Girls e quello surrealista dei They Came From The Stars (I Saw Them), si materializzassero in un’unica soluzione, strafatta di noise psichedelico e nichilismo prog-rock. Il tutto mantenuto in una testa che probabilmente venderebbe l’anima agli Animal Collective. Ecco, il retroterra sonoro dei Munch Munch si origina in tale ambito, ma amplifica la poliritmia di una composizione che è sempre determinata da strutture variegate, oblique o più tipicamente avant-pop. Nascono, così, squarci di luce dai toni sognanti e teatrali (“Cyclorama”, “Night Corner”, “Autumn Mask”). Folate di vento che scorrono tra le possibilità di mondi immaginari, stranianti ed effettivamente possibili (“Bold Man Of The Sea”, “Autumn Mask”). Tutti pezzi costruiti sull’altalenare turbato di organo e tastiere, e sempre incanalati a puro supporto di una visione incubo-fiabesca (“Car Wash In The sea”, “River Gleams”, “Wedding”). Le dieci tracce di “Double Visions” sono un agglomerato sonoro che rimbomba nell’anticamera del cervello, una fuga in massa seguita al grido di ‘si salvi chi può’. Ma chi ha coraggio rimanga, perché anche se saccheggiati in groppa a reticolati percussivi altamente rischiosi, le liriche sapranno come tenervi ancorati e stretti dentro la culla di xilofoni suadenti. Questa è parte dell’Inghilterra che varrebbe la pena ascoltare, queste sono le band che meriterebbero di rappresentare il sound d’oltre manica, ma purtroppo non funziona così. A questo punto è anche abbastanza inutile dire che in futuro ci si aspetta dai Munch Munch le solite grandi e buone cose, perché quest’album rappresenta già ora un forte miracolo per essere il debutto di quattro ragazzi universitari. Forse non ne sentirete più parlare e vista la monotonia che ultimamente regna sovrana probabilmente non li vedrete nemmeno live in Italia. Come infatti le principali date dalla band al momento sono in nord Europa: Germania (come sempre!) al primo posto.
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