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I dischi di Paolo Benvegnù non sono facili da comprendere, non assomigliano ad una versione light ad alta digeribilità studiata per menti pigre, richiedono un attento ascolto e intima partecipazione.
Il suo Hermann è un lavoro composto da tredici brani inediti nati dalla lettura di un manoscritto di Fulgenzio Innocenzi, ingegnere meccanico di Lucignano (Siena), noto per i suoi studi sulla scrittura ottica e sulla meccanica di precisione, scomparso misteriosamente al largo delle coste giapponesi intorno al 1970. Registrato e mixato a cavallo fra il 2010 e 2011 ad Arezzo, allo Studio Wander, Hermann parla di classici che vanno da Narciso, Perseo ad Ulisse allontanandosi momentaneamente dal tipo di scrittura che ha caratterizzato in passato tutti i lavori precedenti. Il disco salpa con un mare calmo per una rotta che mira dritta verso l’orizzonte, la voce del capitano svetta sulle soffici note dell’opener Il pianeta perfetto. Si ha quasi la sensazione che Benvegnù voglia affondare, sotto tonnellate di acqua, il suo modo introspettivo di costruire i brani ma la successiva Moses riporta a galla quello che di Paolo amiamo di più, il suo modo di affrontare, carnalmente, i brani. Le linee vocali non sembrano affatto voler accomodare l’ascoltatore su qualcosa di morbido, allo stesso tempo l’incalzante sezione ritmica, su cui svettano come delfini a prua poche note di chitarra, crea un effetto catchy a cui è difficile resistere. Nessuna concessione alla melodia appare scontata e nonostante l’ugola calda il tutto appare strano, inaspettato. Ma quando tutto sembra sfuggire Paolo riprende la rotta attraverso la sua capacità di scrivere intense ballate. Avanzate, ascoltate è infatti una take lenta, l’andamento viene dettato da una batteria quasi svogliata, manovrata da Andrea Franchi, mentre sotto tessono le chitarre e impazzano i synth, a cura di Guglielmo Ridolfo Gagliano. Ancora meglio fa la delicata, ma potente, Io ho visto fatta di saliscendi emozionali ricchi di pathos, Paolo per la prima volta alza il tono urlando i testi, come un esperto nostromo che incita il suo equipaggio all’arrembaggio con tonmi bruschi e sbrigativi. Achab In New York è una ballata intima per voce e chitarra mentre la successiva Sartre Monstre cambia registro su ritmica dinamica e aggressiva, le chitarre, sovrastate da manti di tastiere, tagliano come un coltello da marinaio.
È nella parte finale che assistiamo al cambio di rotta importante, i Benvegnù rimettono mano alle carte nautiche, usando le stelle come ispirazione e il sestante per misurare l’altezza degli oggetti celesti che, nella loro volta, governano il viaggio di Hermann. Un grande ritorno.
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