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“L’universo è in espansione e c’era un tempo in cui gli alieni si confondevano tra gli umani solo che possedevano caratteristiche rettiliformi”. Si apre così l’ultimo lavoro di Bright Eyes, con la genesi di un discorso affidata a Denny Brewer, chitarrista dei Refried Icecream. Due minuti e sessantaquattro secondi di introduzione bastano al demiurgo a fendere Firewall come l’origine dell’evoluzione. Un pezzo biblico che si muove tra i sub-piani astrali di umanoidi descritti in forma ‘anguiforme’. Reami folkloristici di cui l’iconografia del Nebraska è piena zeppa. La mente ascetica dell’apologo lo sa bene tanto che elargisce il mito della fondazione (ma anche della cospirazione aliena) per tutto il tempo come una bestia allucinata tra le intersezioni del parlato successive.
Questa volta Conor Oberst si interroga sulla forza propulsiva dell’origine, quella imitatrice che forma ma non crea, che si adatta ma non plasma. The People’s Key come simbolo cosmico della regressione e della possibilità. Un apogeo di immagini sacre che assembla spirali e redenzioni, fuoco e acqua, figure mitologiche e personificazioni trinitarie, ma che come Sisifo è sempre destinato a riprendere da capo la sua scalata, perché come l’alfa approda perennemente circolare all’omega. La tensione è di nuovo lì, raggiunge la cima, precipita e prende a risalire. La puoi toccare con mano dentro agli intrecci degli archi e delle chitarre di Shell Games, con un senso di rassegnazione che non gli è mai stato così tale (“Death obsessed, like a teenager / I’m still angry with no reason to be / At the architect who immagine, for the every man, blessed Sisyphus / Slipping steadily into madness / Now that’s the only place to be free”). Assonanze e accordi che adesso si abbelliscono regolari in facili melodie. Chiamatelo pop-rock se vi pare: un binomio leggermente cortigiano incalzato da un mezzo organo elettrogeno, ma il punto è che tutto, qui, viene eseguito senza perdere di vista la propria identità, sviscerando l’epicità della materia. La voce stentorea è una ritmica pestata dai synth di Jejune Stars (“Come fire, come water, come karma, we’re all in transition / The Wheel of Becoming erases the physical mind”) su cui è ricalcata la resa percussiva e indietronica di Digital Ash In A Digital Urn. Sul finale, difatti, Brewer riprende a significare gli effetti e ammonisce che “le sillabe sono frequenze”. Dove la band si rinnova è nelle trame elettriche di chitarra e tastiere, quasi sempre tirate con un’ovvia propulsione di archi. Una macchinazione irrequieta che ha un ruolo portante ed un incidere sostenuto in Triple Spiral, laddove, invece, si fa più ridicente in A Machine Spiritual (In The People’s Kay), specie quando riprende il sermone sull’orchestrazione di una creazione rumorosa che necessita di ascolto. Approximate Sunlight si disperde fumosa tra gli effetti del vocalizer e a bassa latenza consegna una duna esoterica che è elettricamente scarica e, in aggiunta, acutizzata in una scrittura deprivata dagli effluvi esterni (“There you go again on that circular trip / Lick the solar plex of some L.A. Shaman / All I do is follow you / All I do is follow you, is follow you around”). Ma gli ‘elettrofori’ di Nate Walcott poco ci mettono a recuperare e restituiscono il favore con Haile Selassie, un mix di conformità passata e presente, una mistura sincopata che torna ad armonizzare le rotture gutturali simil-Bright Eyes ("I seen, I seen, I seen stranger things man / I seen, I seen stranger things happen / Happen before"). Sul finire Beginner’s Mind allunga un composto farraginoso fra il pop-rock e l’elettronica, un esercizio iper-trattato di vocalizzi e chitarre che, però, finiscono col suonare stucchevoli e troppo comode. Tutt’altra storia è Ladder Song, dove Oberst si scopre in versione solo-piano, si denuda ancora una volta e in tre minuti e mezzo butta giù il pezzo più buio dell’album, svuotando finalmente quel sentimento che appartiene, anche, alle precedenti tracce: l’ossessione della morte e le lacrime trattenute per la perdita di un amico. Il cerchio si chiude con One For You, One For Me. Nulla di nuovo sotto il cielo, eccetto la voce panica della creatura che suggella definitivamente l’epilogo dell’album attraverso un’esortazione misericordiosa e alchemica di unione al creato.
Un album risoluto nella struttura e tendenzialmente sufficiente nella composizione di una scrittura che ridimensiona i toni introspettivi dell’autocoscienza per recuperarli nell’urgenza più superficiale di qualcosa di ‘sacro’, qualcosa che possa pareggiare i conti e unire, così, il rientro del tempo. Uno spostamento di prospettiva che acchiappa le barricate strumentali nell’utilizzo delle chitarre e della regolamentazione analogica. Dopo quindici anni di produzione è difficile trovare qualcosa di ‘sbagliato’ in Bright Eyes e, forse, lo è per un solo e semplice motivo. Conor Oberst suona per recuperare la volontà di vivere, e si sente. Canta per ritrovarsi, e si sente. Elabora la scrittura come una scorciatoia per colmare l’asimmetria sbilenca fra volontà e bisogno, e si sente. E anche se oggi i suoi dischi andati suonano a-posteriori più completi di quest’ultimo, (specie grazie alle Old Soul Song di scuola I’m Wide Awake, It’s Morning) poco dovrebbe importare, perché la portata della ricerca è la medesima e lo spessore compositivo anche, ancora drammaticamente esistenziale, inequivocabile e autentico qual è. Già, perché l’universo sviluppato in The People’s Key potrà anche essere più in retroazione che in espansione, ma Bright Eyes resta lo stesso in ogni luogo.
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