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Jason Collett
Rat A Tat Tat
2010
Arts & Crafts
di Eugenio Zazzara
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Prima di ascoltare questo suo ultimo disco, il quinto della sua carriera, Jason Collett non sapevo chi fosse, sinceramente, per quanto il suo nome mi suonasse in qualche modo. Scopro poi che, anni fa, è entrato a far parte del nucleo dei Broken Social Scene, ruolo che gli ha permesso di abbandonare i suoi lavori da falegname e carpentiere e di intraprendere anche una carriera solista abbastanza prolifica. E questo, forse complice anche una limitata notorietà, non gli ha impedito di rimanere un umile e onesto cantautore, consapevole dei propri limiti e fiero della sua opera. Questo ”Rat a Tat Tat” non rimarrà negli annali della storia della musica, ma resterà pur sempre una sincera prova intellettuale e artistica, senza pretese ma diretta. Non è difficile rendersi da subito conto delle corde sulle quali è impostato il disco: a costituire la cifra dell'opera ultima del canadese è un folk dalle tinte ora malinconiche, ora spensierate e scanzonate. I riferimenti, o numi tutelari che siano, del nostro sono immediatamente riconoscibili: la ballata iniziale ”Rave On Sad Songs” ha più di un accento dylaniano, in particolar modo in alcune inflessioni del canto. ”Lake Superior” però, cambia subito le carte in tavola, pur rimanendo nel circuito cantautoriale. Solo che qui ci spostiamo nell'Inghilterra dei '60, scomodando un'arcinota figura come quella di John Lennon, nella sua versione tanto beatlesiana come solista. Con ”Love Is A Dirty Word” torniamo in America, con una tastiera vagamente alla Manzarek e un clima assolutamente allegro e rilassato. I Beatles tornano con ”High Summer”, mentre la conclusiva ”Vanderpool Vanderpool” è quasi scandalosamente dylaniana anch'essa. Insomma, per quanto piuttosto omogeneo e tagliato su una tradizione che già ha detto di tutto e di più, il disco del Collett è piacevole all'ascolto e produce una rilassante sensazione di familiarità e vicinanza. Il cantautore non chiede all'ascoltatore nessuno sforzo particolare, né l'ascoltare lo chiede all'autore. E va bene così.
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02/03/2011 -
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