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Dustin O'Halloran
Lumiere
2011
Fat Cat Records/Audioglobe
di Mirela Marta Banach
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Il compositore statunitense Dustin O'Halloran ci stupisce col neo-terzo album ”Lumiere”,risultato di ricerca costante dopo il successo nella sphere indie-rock con i Devics e due piano album (“Piano Solos I”;”Piano Solos II”). Risultato eccelso. Forse come prodotto di maturata esperienza fatta di innumerevoli e importanti collaborazioni con nomi quali Sofia Coppola, William Ollson e il Like Crazy di Drake Doremus vincitore del premio come miglior film al Sundance Film Festival 2011, sicuramente frutto di spiccate capacità compositive guardanti il passato ma riflettenti un presente ambizioso ed in continua perlustrazione. Giunto a termine tra terre romagnole, berlinesi e statunitensi, “Lumiere” si tuffa in nuove dimensioni dream pop con reminiscenze neoclassiche e minimaliste abbandonando il ‘continuum’ con gli esordi classicheggianti ed abbracciando l’apporto di archi, chitarre, pennelli elettronici nonché del violino che delinea dolcemente e quasi totalmente lo sfondo compositivo campeggiato pur sempre dal caposcuola pianoforte. L’apporto dell’American Contemporary Music Ensemble con Peter Broderick al violino e Adam Wiltrie alla chitarra non è da poco e ben si fonde con il richiamo debussiano e nostalgia chopiniana tipica di O’Halloran. Il titolo di connotazione illuministica fa pensare ad un ottimismo puro, in realtà i 43 minuti di creazione sono pervasi da un mondo infausto, pacato, introspettivo con un fluido scorrere lunatico e soffuso. Un delicato buio che necessita di un lume che gli rischiarisca la strada: da qui la fantasiosa immaginazione con forte propensione filmica. Il brano d’inizio “A Great Divide” sembra comprovare quest’ingente contraddizione etimologica tra titolo e ‘spleen tenue’ che ricalca la divisione impercettibile tra risonanze del violino e note del piano. Quest’ultimo controlla nitidamente la scena nei tre Opus, alteramente neoclassici, altamente riconducibili al principio ispiratore del tutto: la composizione musicale. “Opus 44”, “Opus 43” e “Opus 55” fondono rispettivamente gradazioni dualistiche tra bassi/alti con rimembranze debussiane. L’attitudine cinematografica si coglie negli archi dalle modulazioni barocche, specie nel Quartet N.2 dove il preponderante violino richiama tonalità settecentesche già note alle colonne sonore del film Marie Antoinette di Coppola. Il “Quintette N.1” gioca la carta del tenace assolo di violino che per ben 44 secondi spezza con risposta travolgente l’armonico quadro del componimento. Il breve “We Move Lightly” racchiude in sé l’essenza della pittoresca esplorazione narrativa; è pura immagine di leggerezza. “Fragile N.4” quasi fragilità di una donna in simbiosi con l’assolo clavicembalo nel pieno intermezzo del brano. Il tutto termina con “Snow+Light”: non trattasi di un ossimoro, di neve oscurante, sporca, bensì scintillante, fresca, leggera che apre a istanze di luce e speme, in una parola:lumière. Dustin O'Halloran e la maestria del Lumiere: lusinga sonora attraente.
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03/03/2011 -
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