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I Tribraco sono una formazione italiana cosi interessante che non è stato difficile esportarli all’estero. Nel 2010 infatti hanno eseguito una serie di concerti lungo tutto il perimetro degli Stati Uniti. Nati a Roma nel 2004 passano da trio a quartetto, di cui fanno parte Lorenzo Tarducci (chitarra, loop machine), Valerio Lucenti (basso), Tommaso Moretti (batteria), Dario Cesarini (chitarra, loop machine, effetti). Prodotti dalla Megasound, e arrivati al loro secondo disco, i quattro cavalieri della contaminazione danno alla luce “Glue”, degno erede del lavoro inizato con “Cracking The Whip”, ben accolto dal pubblico e lodato dalla critica. Suonano jazz iper-vitaminizzato, fatto di violenti cambi ritmici. Potenti e veloci, come una fuoriserie dal motore elaborato, raddoppiano le chitarre, in loop, usando in modo massiccio la distorsione, procedono a memoria per gli intricati pattern matematici, manco fossero i Meshuggah sparati a manetta che flirtano con i King Crimson. I ragazzi amano sconvolgere chi ascolta attraverso suono taglienti, ma non disdegnano parti strumentali più sofisticate, quasi alla Robert Fripp. L’intro di chitarre, in delay, prepara il terreno per violente deflagrazioni in cui il batterista, spesso, conduce i giochi. C’è profumo di Sardegna (”Samatzai”), dell’Europa (”Warlock Road”) e dell’America che li ha accolti benissimo. Mostrando un’invidiabile padronanza dello strumento i Tribraco usano i “ghirighori” alieni da automatismi tecnici o da tronfia autocelebrazione. È un vero piacere ascoltare italiani capaci di osare tanto, con questa determinazione poi non se ne sentiva da tempo. La creatività non rimane imprigionata nelle strutture dello spartito, la fantasia va a braccetto con il rigore delle partiture. Ritmi sincopati, controtempi e sfuriate noise vengono esplosi come dardi letali. Dal vivo sono una vera forza della natura che non conosce confini, amano giocare con atmosfere divertenti come la spensierata “Burlesque” e “L’Uomo Del Nuraghe”. Gli incastri del basso slappato, in petting pesante con la sezione ritmica, ricordano John Zorn e le progressioni cremisi. Senza nessun timore possiamo aggiungere che il fantasma della Mahavisnu Orchestra aleggia sulle loro composizioni. Con queste premesse non serve aggiungere altro. “Glue” è un disco da ascoltare in silenzio religioso, ad un volume da denuncia!
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