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Da molti, era atteso come una delle novità di rilievo di quest’inizio di 2011. Già la reunion era arrivata in modo un po’ inaspettato, per quanto ormai queste siano all’ordine del giorno. Queste usanze alquanto tristi, che si risolvono nel migliore dei casi nella stanca riproposizione dei fasti del passato e, nel peggiore, nella presentazione di dischi orridi, non ha risparmiato neanche i pionieri del post-punk. Certo, il problema magari sta anche nelle aspettative che uno si crea: personalmente, ritengo che i Gang Of Four, a parte l’uscita del giustamente celebrato Entertainment, non abbiano rappresentato tutta questa rivoluzione per la musica. Voglio dire, l’influenza di una band si vede anche sulla distanza, e i dischi successivi dei Gang Of Four non hanno certo entusiasmato. Per cui, aspettarsi un ritorno in grande stile in occasione dell’uscita di questo Content era forse un po’ ingenuo e affrettato. Intendiamoci, non credo che Content, come pure qualcuno ha sostenuto, sia un album orrendo o inascoltabile. È semplicemente un album fin troppo ordinario, prevedibile e piatto. Fosse stato l’esordio di una band sconosciuta, magari la si sarebbe liquidata con frasi del tipo “copie di..” o “lasciamoli crescere”. Trattandosi dei Gang Of Four, un minimo di scalpore si viene a creare. Ma veniamo al dunque.
Si parte anche bene, con una She Said ‘You Made A Thing Of Me’ che ripropone in modo anche convincente alcuni stilemi consolidati della band di Leeds: chitarre nervose e tremolanti, ritmo serrato e incalzante, andamento a singhiozzo e saltellante. Insomma, tutto quello che ci si potrebbe aspettare dagli inglesi. A parte la sensazione di già sentito (ma figurati se ci andiamo a lamentare), le premesse sembrano anche discrete. Il punto è che poi il disco non si schioda da quello schema: i pezzi sono in tonalità diverse, ma la sostanza è la stessa. Non c’è un guizzo, non c’è un sussulto: c’è un compitino svolto a memoria e tutto d’esperienza, oltretutto in modo probabilmente sbrigativo e svogliato. Il missaggio, a mio parere, non aiuta: la sensazione è quella di un’insistita piattezza e un conformismo che, nel caso di un disco non proprio fantasioso come questo, non fa che peggiorare le cose. Non che i Gang Of Four siano mai stati dei mostri di versatilità: sanno fare bene quello che fanno di solito, e in Entertainment ne abbiamo l’esempio più cristallino e limpido. Ma poi finisce lì. In alcuni frangenti, si sfiora quasi l’autoplagio o, quantomeno, il riferimento spudorato: basta ascoltare I Party All The Time o alcuni passaggi di I Can’t Forget Your Lonely Face (chi li conosce, capirà subito a quale punto mi riferisco). Si risale un po’ la china con A Fruitfly In The Beehive: ritmicamente, nulla di nuovo, ma almeno la melodia risulta stimolante e il ritornello piacevole. Neanche il tempo di tradire un po’ di soddisfazione e arriva la mazzata: It Was Never Gonna Turn Out Too Good è francamente irritante e puerile nel suo uso del vocoder. Ed è un peccato, visto che musicalmente era forse l’unico brano che riusciva a introdurre qualche elemento di novità: l’atmosfera nebbiosa e soffocante poteva essere creata anche rinunciando a un uso mortificante dell’effettistica. Con Do As I Say tornano i Gang Of Four che conosciamo fin troppo bene, e con gli ultimi due brani il disco si trascina stancamente verso la fine.
Che dire a conclusione? Che i Gang Of Four hanno smesso di avere qualcosa da dire ormai da troppo tempo, e questo disco non ne è che un’amara conferma.
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