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Port Royal
2000-2010 - The Golden Age Of Consumerism
2011
N5MD Records
di Maria Francesca Palermo
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Quando la filosofia di pensiero sposa il contenuto. Dopo dieci anni di onorata produzione musicale i Port-Royal rimangono ‘fedeli alle linea’ rispettando i principi codificati nella loro discografia con immutato realismo. Quale miglior titolo se non The Golden Age Of Consumerism per officiare l’immanente essenza del progetto genovese attraverso un album di tributo a se stesso?
Un titolo che ora si spiega nella probabile causa di quella generazione che in Dying In Time (2009) perse insieme ai capelli anche le speranze (Balding Generation, Losing Hair As We Lose Hope). Un epoca di consumismo ma anche di fiducia concentrata in un doppio cd che fa da contrordine alla superficie. L’ottica della sopravvivenza, il movimento ‘drimico’ e anti-borghese di Eva Green, la nomostatica sociale di Hans Kelsen, la coscienza di Gunther Anders e il principio-speranza di Ernst Bloch. Un lavoro che tra ambient, dance e reminescenze post-rock procede riordinando l’astrattismo concettuale di Attilio Bruzzone e Ettore Di Roberto a partire dagli esordi. Richiami carichi di significati extramusicali e disciolti al freddo e acuto razionalismo dell’est, che di preciso, poi, è il nord-est di ogni luogo e di ogni sua regione mentale. Se l’essenza della musica è la simultaneità di cambiamento e ripetizione, allora i Port-Royal riescono ancora una volta a metter di traverso reiterazioni di strutture e varchi di memorie che suonano come brani inediti, remix e composizioni brandite dai primissimi lavori per i neofiti della forma. A cascata rapida da Kraken (2002) si ripresentano uniformi Gelassenheit, Regine Olsen, Divertissement e Geworfenheit, per ricordarci quello che fu il primo ep degli artefici della materia, la sensibilità intrinseca della band e la dotazione elettronica di campionatori e ‘sequencer’ capaci in mano loro di suonare più naturali del naturale. Quintessenza della delicatezza da Afraid To Dnce (2007) è Roliga Timmen che ripescata in una versione del 2003 riesce adesso meno dilatata, più strutturata in accordi di chitarra e snodata dalla mellifluità del cantato. Arrivano dal secondo ep Honved (2007), brani come Stasi, The Beat O The Tiger e Song Of Megapetra, imperdibili se non altro perché precedentemente pubblicati in versione limitata, così come anche quelli tratti da Magnitogorsk (2008), split album sfornato dalla collaborazione con Absent Without Leave. Alzano la posta in gioco le tracce del secondo pacchetto, royal-remix di nomi altisonanti, diciotto per la precisione che tra le principali rigano su in fila Felix Da Housecat (We Alla Wanna Be Prince), Ladytron (Tomorrow), Millimetrik (Les Protagonistes du Rien), Dag For Dag (Hands And Knees) e Jatun (Blanket Of Ash).
Quando l’austerità della classica incontra la concezione elettronica. Un album assolutamente ben pensato di ripescaggi e inediti che per originalità, autenticità valoriale e validità di pensiero, conferma i Port-Royal come una della migliori realtà che il paese-mercato Italia abbia donato al mondo intero negli ultimi dieci anni. Siatene coscienti e ditelo in giro.
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03/04/2011 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
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