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A due anni da Psiche, Paolo Conte torna con il suo quattordicesimo album, Nelson, titolo-omaggio al suo amato cane - pastore francese recentemente scomparso, ritratto in copertina, in un dipinto realizzato dallo stesso chansonnier – e dedica alla memoria di Renzo Fantini, storico amico e produttore venuto a mancare nel 2010. Dimostrando di avere superato brillantemente la presunta crisi creativa annunciata qualche tempo fa, il cantautore astigiano ci delizia con questo nuovo disco – quindici tracce inedite – originale, ricco, ricercato, surreale, ruvido e internazionale, cantato in inglese, francese, spagnolo, italiano e napoletano.
In apertura Tra le tue braccia, ballata malinconica, sofferente, dolce e graffiante. Seguono Jeeves, swing di classe, ed Enfant Prodige, in lingua francese, languida e introspettiva. Clown, testo breve e parte strumentale importante, morbida, riporta alla mente la celebre Max. Nina, vellutata atmosfera, sonorità vagamente cubane e certamente carioca, evidenti e geniali nell’accelerazione finale. Galosce selvagge e Storia minima - in puro stile contiano, inconfondibile – convincono ed emozionano. Sorprende la brillante C’est beau, ancora in francese, cantata con Laura Conti e Jino Touche: estrema, elegante, sensuale, anni Ottanta, impreziosita da inserti sintetici che danno al brano quel colore in più, tanto armonico e apprezzabile. Massaggiatrice - sulla stessa musica di Enfant Prodige – offre immagini in bianco e nero, mentre la voce imponente e al contempo irregolare indugia, affascina, complice, e le note avvolgono, rilassanti. Sarah, in inglese, si fa amare, grazie all’arrangiamento perfetto, tra violini, voce rauca ed effetti elettronici, cambi di tempo e sensualità. In Sotto la luna bruna, grandioso divertissement, ancora violino e fisarmonica. Suonno è tutt’o suonno, in napoletano, onirica, intimista e sofisticata. Los amantes del mambo, in spagnolo, delicata e graziosa. Il singolo L’orchestrina, altro pezzo contiano d.o.c., allegro, furbo, gustoso. Chiude la ballabile Bodyguard For Myself, ripetitiva, ma comunque gradevolissima.
Testi, interpretazione, colori e immagini che non deludono. Forse non la prova migliore di Paolo Conte, tuttavia un disco decisamente godibile.
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