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Tripla attesa. Doppia sorpresa. Dopo tre anni di ermetico-melodico-taciturna stasi i Verdena tornano col doppio album ”Wow”,quasi a voler ricolmare duplicemente il vuoto della loro distanza dopo ”Requiem”. Saggiano gusti svariati i Verdena, sperimentano i Verdena. E lo fanno nel loro Henhouse Studio, o per intenderci meglio, pollaio circondato da montagne natie, trasformato in sorta di ‘nido pascoliano’ vivente di indagine musicale senza demarcazioni nitide. Nulli i limiti alla creatività, ma variopinte le influenze artistiche:Beach Boys, Brian Wilson, Nick Drake e l’amato McCartney. Hanno elucubrato tutto quello che potevano aprendosi a sentieri differenti, scegliendo approcci dispositivi estranei alla tradizione con Alberto Ferrari al pianoforte, cori sugli scenari, chitarre acustiche svettanti con attenzione alla coerenza esecutivo – artistica, senza badare a schemi rigidamente tecnici in quel pollaio di registrazione pervaso da atmosfere ieraticamente profane. L’epiteto ”Wow” è mirabilmente stringato, ritrae un suono laconicamente interiettivo, liberatorio, volenteroso di sintetizzare la pienezza dei 27 contenuti del quinto lavoro. Tre grafemi come tre le menti del gruppo che si uniscono al jolly Omid Jazi, ormai il ‘quarto’ del drappello. E ci strabiliano con un sound melanconicamente melodico, in cui la prevalenza synth si amalgama con la pennellata vocale del cantante plasmante una vasta espressività introversa, la loro tipica, solita. Si allontanano dal grunge furibondo scoprendo lirica, arrangiamento acustico, lieve poeticità macabre. L’opera d’arte conclusiva nasce dal folkeggiante “Razzi Arpia Inferno E Fiamme”, il primo brano scritto, singolare nel riunire sotto quattro parole l’essenza dell’insieme: situazione ancestralmente infernale nell’intento grazie all’apporto di Roberto Longaretti dei Spread, quasi una danza tribale dinanzi al fuoco lirico - corale dei Verdena. Il motivo elettrico di “Per Sbaglio” ti perseguita perennemente, mentre “Scegli Me” seduce con scorrevole esortazione diafana in cui il pop tenue segue le orme del pianoforte. Più ruvido “Loniterp” ricorda ascendenti beatlesiani con ‘strappi da Bluvertigo’ e finale decisamente ‘a la Sympathy For The Devil’. La grinzosità sale nel “Mi Coltivo” e la scelta del pianoforte eclettico con chitarra elettrica spaesata rievoca tenacemente il ‘Kiss me Kiss me Kiss me’ dei Cure. Il breve “Lui Gareggia” si getta in un rock veemente in cui la batteria di Luca trafigge: fuori da schemi raccontando uno fuori di sé. Anche in “Attonito” e “Sul Ciglio” tutti paiono ‘attonitamente’ incazzati. “Badea Blues” sgancia una spocchiatezza blues che si fonde ad una tristezza lirico – polverizzante con una fine richiamante ‘Ultra’ dei Depeche. In “Grattacielo” risplende il piano infausto, rassegnato con un ‘assiuolo’ in sottofondo:casta ars poetica. La ballad acusticamente frizzante “Canzone Ostinata” è manifesto esempio della capacità dei bergamaschi di raccordare il vagheggiare sconsolato dei testi con una musica giovale. “Lei Disse”: epilogo apologetico synth pop, tra cori tristi che suggerisce: “Amami”. Chiudono così i Verdena. Come non cogliere questo stimolo all’inclinazione sentimentale per un magma musicale così creativamente illustre, proprio ed impareggiabile nonostante le menzionate influenze, con sublime propensione melodrammaticamente ed emotivamente distraente?
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