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Scovata tra le pieghe di questa imprevedibile inizio d’anno: ecco l’insurrezione invisibile di una lirica, gemma oscura. Le cronache ci dicono che Desolate è il berlinese, occhialuto, appena 20 something, Sven Weisemann: dietro i piatti già da un decennio, nonché abile musicista jazz, di segrete colonne sonore, disperse nei meandri dei bit che la cornucopia reticolare ci offre all’infinito.
Lo abbiamo ascoltato a lungo questo lavoro, che la prima impressione, in streaming da Soundcloud, è stata, piuttosto scontata, di un Burial del nuovo decennio, perché un certo mood di fondo – bassi profondissimi, sample di voci, echi, riverberi – ed esplicitamente alcuni pezzi, rimandano molto ad Untrue. Ma anche l’attacco, con Imagination, tra campionamenti cinematografici, rumori di fondo e batteria soffocata che parte, in puro stile Burial, sembra mandare subito un messaggio di allusiva innovazione con l’ouverture estratta dalla Sottile linea rossa (The Thin Red Line): “In this world, a man himself is nothing. And there ain't no world, but this one”... just Imagination. E così le lontanissime e assai melanconiche note di piano che accompagnano il successivo Follow Suit ci indicano imprevedibili sentieri sconosciuti. Cathartic è una sorta di sincopata danza, tra tappeti di battiti e accenni di bpm in aumento, in una chiusura da post-rave. Farewell #1 e Farewell # 2 sembrano due brevi frammenti da colonna sonora, tra archi e piano il primo, con una lontano eco di voce femminile su un tappeto orchestrale squarciato da un profondo e lento battito di timpano, il secondo. Quindi ancora note di piano protagoniste in Aviance, accompagnate da pulsioni soffici e cupe; eppoi Pain e Divinus che ci appaiono come i picchi di questo lavoro: archi, voce femminile filtrata, tappeti di beat stoppati, con il piano a fare timidamente capolino. C’è ancora il tempo di Escape con un rullante/charleston che sembra alludere a movenza da batteria jazz; Endurance forse più “tradizionalmente” dubstep e la bonus track In Secret, con una splendida voce lavorata in lontani risvolti soul, quasi à la Zero 7.
Siamo insomma dinanzi a un nuovo tassello nelle oscure, melanconiche, insondabili sonorità elettroniche e digitali che ci vengono dall’incupita Europa: in questa occasione impreziosita da suoni e rumori analogici provenienti dalla Berlino, dove tutto è possibile, di questo solitario, Desolate, poeta di abissali partiture musicali in cui i generi – dubstep, ambient, orchestrale, post-soul – appaiono troppo limitativi. C’è da aggiungere che in questo vero e proprio movimento, oramai europeo, si distingue una sorta di avantgarde dans le dubstep, come si comincia a ricostruire nella rete, se aggiungiamo a Desolate per lo meno tre produzioni tipicamente londinesi: Darkstar, con il capolavoro North (Hyperdub), quindi i gioielli caleidoscopici dei folletti Mount Kimbie, di Crooks & Lovers (Hotflush Recordings), insieme con lo spaziale, epico dubstep quasi siderale di Clubroot, II-MMX (Lo Dubs), tutte dello scorso 2010, ma giocando di anticipo. Siamo dinanzi a una lenta, immensa, invisibile insurrezione: lunga vita a ciò che viene dopo il dubstep!
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