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Per quanto le Plug appartengono idealmente a quella tradizione punk cresciuta a pane, androidi metropolitani e ‘hipster’ berlinesi, viene onestamente da credere che quando Sian Dorrer e Georgie Nettell hanno deciso di metter su il progetto avranno pensato molto poco all’autentica psico-geografia tedesca. O meglio, sapevano perfettamente in quale cestino andare a parare e, nel caso, anche quale lanternino utilizzare per conferire al loro giovane esordio un tono canzonatorio, ‘cool’ e anche un po’ ‘kitsch’. Ci si diverte e tutto questo può bastare a picchiare una filippica antinostalgica che a furia di rullati secchi spinge quanto basta, giusto il tempo di riadattare un attimo il mix-up ‘wave’ dell’epoca post-robotica, certamente non vilipesa dalle due ragazze. Drum-machine e schianti precari (per quanto martellanti) di basso, sono l’incipit di un album che guarda all’happening modernista e non-sense dei ’70 come una mecca gotica da raggiungere in bicicletta. Anzi, volendo tirare qualche paragone, diciamo che le Plug potrebbero essere le sorelle ‘cazzute’ (cioè semplicemente meno imbambolate e insulse) delle Ipso Facto (“Faces Of Diversity”); e se poi miriamo verso lidi più incanutiti del tipo Berlino, anche le figlie illegittime di Barbara Morgenstern (“Don’t Forget It”, “You keep The Beats”). Ma capiamo che, poi, eccezion fatta per poche tracce, il paragone segnato coi fiordi tedeschi rischia di essere affrettato, causa ‘bpm’ metronomizzati dai trucchi di Super Mario Bros (“Real Girl”). L’impressione palese all’ascolto è che l’esordio delle Plug viva, infatti, tale contaminazione, più come omaggio d’intrattenimento stravagante, che come comunione di un’effettiva istigazione creativa. Come dire, vuoi per la scarna condizione strumentale, vuoi per le sole quattro mani a disposizione, l’ossessione per la combustione meccanica rischia di avere dei risvolti inopportuni, delle spolverate amalgamanti, ‘classic games’ e di genere. L’educazione è quella tipica dei vocalizzi semi-ecclesiastici, meglio bilanciati da rullati compressi (”Man Vs Machine”) e girandolati da tastiere giustamente asfissianti (”Body Story”) ma che tirano al ritornello in maniera equo-solidale. Se a suonare è la solita fucina violacea, a parlare sono i classici fraseggi pletorici. Inutile darsi un tono, perché quando il basso è a portata di mano sappiamo perfettamente che i rimedi potrebbero aprirsi al tanto, ma alla fine del cronometraggio non riescono poi così miracolosi, finendo a tratti col trafugare all’interno del proprio gioco riff deludenti e piatti (”Sexy Coma”). Suona poco convincente, ma almeno c’è, la sbronza di synth che ridefinisce il tappeto digitale con Day Tripper”, facendone un omaggio gentilmente la-rouxizzato a “Rhythm Is a Dancer” degli Snap. Insomma, sicuramente simpatiche queste Plug, specie perché si arruffianano nel pop strapazzandolo in digressioni post-punk che di legittimo hanno solo una rappresentazione elucubrata dall’intenzione. A noi, cioè, resta il sospetto di rievocazioni che suonano tali solo su disco. Laddove non osiamo immaginare la povertà di stimolo che un lavoro come questo, rischierebbe di esasperare durante esibizioni rigorosamente ‘vive’, fatte di carne, occhi vigili e sincronismo musicale. Laddove quest’ultime due, sono le righe da prendere più seriamente in considerazione, a meno che non ci si rallegri a restare isolati a casa propria per fare buona impressione solo agli amici più intimi.
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