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Dopo tre anni i Duran Duran ricompaiono col tredicesimo album per celebrare trent’anni di carriera. Il numero sacro ridonda per tre volte e si moltiplica per se stesso, dacché i brani del All You Need Is Now sono nove. Calcolo scrupoloso. Scrupolosa persino la scelta di andare indietro nel tempo di tre decadi, precipitarsi negli 80’s dei sintetizzatori, videoclips, entusiasmi synth pop e new romantic.
Il nuovo album è propriamente indizio di una nostalgia anteriore che riaffiora e s’avvalora di propensioni e collaborazioni ineluttabilmente moderne. Ragionevolmente parlando il passato trascorso è immodificabile, incorreggibile, inguaribile, ma per gli eterni ragazzi di Birmingham basta un’odierna intrinseca volontà per cambiare il tutto, o meglio, creare una compositio giustamente e credibilmente appagante. I Duran Duran hanno in effetti un gran dono: col loro spudorato pop riescono a forarti il cervello ed interrarci canzoni che si fiondano lì, almeno per 24 ore. Per non parlare di quella sensualità insita testual-atmosferica capace di creare cosmi afrodisiacamente e carnalmente densi. Poca sperimentazione strumentale, notevole background elettronico. L’elettronica che si va avanti grazie al mixaggio di Max Stent, tecnico di suoni di pilastri come Depeche Mode e U2, richiamante gli amati anni Ottanta con un soggetto sempre in primo piano: femme fatale, tentatrice seducente ma pur sempre lussuriosamente angelica. Quest’ultima predomina la scena in The Man Who Stole A Leopard brano new romantic analogico-etimologicamente bowiano, enigmaticamente orecchiabile, sensualmente percettibile, volente racchiudere in sé una rivelazione scomoda. La rumorosa title-track All You Need Is Now pare essere il proscenio dell’invito leggero al divertimento spensierato, quello autentico, di giovanile perdita di controllo senza il pensiero per le postumi conseguenze. Ma l’allettante voce di Le Bon riesce ad esortare anche ad altro: nella ballad acusticheggiante pervasa da picchettature elettroniche Leave A Light On le tonalità calde s’accorpano a docili richieste di luce, e tutto ha un sapore così mansuetamente soave. Tutto opposto in Blame The Machines dove la ritmicità celere si discosta dal pacato senso di responsabilità, rimpianto, colpa realisticamente lucida. Come logica conseguenza del mix emotivo sembra trasparire un perpetuo timore della staticità e voglia di incorrere in una danza infinita, energetica e fuggitiva rispettivamente in Runaway Runaway e Being Followed, entrambi spontanei, essenziali, ovvi. Si discosta da questa disinvoltura Girl Panic non tanto per altezzosità tecniche bensì per l’attitudine di raccontare una ‘fabula’ nel real senso del termine. Difficilmente idoneo e qualificabile Safe che proprio per l’apporto di Ana Matronic dei Scissor Sisters pare un miscuglio di contemporaneità commerciale e rievocazione trentennale. Ma da buoni giocatori i Duran riescono a salvarsi in calcio d’angolo ed ultimano il lavoro con Before The Rain dalle tonalità malinconiche, strazianti, amare, rassegnate e giochi rimati non scontati.
Stimare il multiforme con lineare organicità? Che si automisuri. Tutto qui.
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