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The Strokes
Angles
2011
Sony
di Andrea Belcastro
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Scrivi Strokes, leggi indie-(pop)rock. E’ vero, ci sono pure gli Interpol o gli Editors, ma nessun altro è riuscito ad incarnare meglio della band newyorkese questo movimento musicale consolidatosi definitivamente all’alba del nuovo millennio. La forza di un esplosivo album d’esordio (Is This It?) ed una manciata di singoli da urlo sparsi tra le prime crepe di un castello destinato nel giro di pochi anni a sgretolarsi come fosse fatto di cartone. Poi la rinascita, ed in mezzo le controverse prove solistiche di Hammond Jr. e Julian Casablancas. Il rischio concreto di averli persi per sempre e la sorpresa di ritrovarseli negli scaffali dei negozi con una rinnovata voglia di esserci, di ricordarci qualità velocemente dissoltesi in un decennio in piena come un grosso torrente arricchito ogni giorno da stupefacenti e coraggiosi affluenti.
Angles giunge a noi, quindi, con un fardello pesantissimo sulle spalle. Affrontare situazioni del genere non è da tutti e non si contano i gruppi incapaci di ripetersi su alti livelli qualitativi dopo esordi col botto (qualcuno ha detto i Coldplay?), ed aldilà delle valutazioni sul risultato finale va dato atto agli Strokes, dopo aver preso coscienza dell’incapacità di poter essere ancora quelli di Last Nite, Someday, Reptilia e compagnia danzante, di aver tentato perlomeno di battere nuove strade. L’album è, infatti, molto più plasticoso e con influenze anni ’80 piuttosto che il piccolo frullato di Bowie, Lou Reed e Iggy Pop come in passato. Al primo ascolto addirittura sembrerà di ascoltare una band completamente diversa, e soltanto ad un’analisi (leggermente) più approfondita torneranno a galla alcuni classici marchi di fabbrica della band (in particolare la combo ritmica basso-batteria e le sferragliate della chitarra solista di Nick Valensi). Il vero problema, piuttosto, sembra proprio Julian Casablancas: interpretazioni vocali fiacche e vena compositiva preoccupantemente sfocata, come testimoniato dal molto più spazio del solito lasciato ai compagni (quando invece i primi tre album erano praticamente solo farina del suo sacco); in teoria questo non sarebbe un problema, ma lo diventa quando, prescindendo dalla più o meno azzeccata confezione, i brani risultano poco convincenti se non addirittura stucchevoli in più di un caso. L’unico pezzo (anche se il singolo Under Cover Of Darkness in fondo non è malaccio) che fa rizzare le orecchie è l’atmosferico Call Me Back, non esattamente una perla di inestimabile valore ma perlomeno in grade di tracciare un percorso inedito e ricco di possibilità. Sempreché gli Strokes, considerate le difficoltà affrontate per arrivare fin qui, avranno la voglia e la forza di perseguirlo.
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04/04/2011 -
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