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Certamente non fanno parte della folta schiera di rockers più o meno talentuosi, ribelli e alternativi che, tra una schitarrata rabbiosa e l’ennesimo invio massiccio di demo alle case discografiche, ehm, indipendenti, faticano come matti per arrivare a fine mese: il loro rango di superstar è da tempo consolidato, mentre il contatore dei passaggi su MTV (ammesso che quest’ultima possa ancora considerarsi un’emittente musicale) eguaglia, e probabilmente supera, la cifra totale del conto in banca di Mr. Dave Grohl e dei suoi Foo Fighters. A loro onore, va però detto che non se la sono mai tirata più di tanto, mantenendo in questo senso i piedi per terra e un vero e genuino atteggiamento rock nei confronti dei fan: è infatti di questi giorni la notizia che gli otto fortunati vincitori di un simpatico contest avranno l’onore di ricevere i Foo Fighters per una vera live session nientemeno che... nel garage di casa propria.
Ebbene sì, perché questo ultimo album, Wasting Light, è stato realizzato interamente nel box auto di casa Grohl: a giudicare dai primi ascolti, possiamo senz’altro affermare che in futuro terremo Dave e soci sotto sequestro in un’autorimessa per tutta la fase di scrittura e registrazione. Parlando seriamente, ben pochi si sarebbero aspettati un risultato del genere dopo il quasi disastroso Echoes, Silence, Patience & Grace; se il contesto informale abbia influenzato positivamente l’attitudine della band, non lo sappiamo, quel che è certo è che l’ex batterista dei Nirvana è tornato a fare hard rock con gli attributi, come sa fare lui, e a tirare fuori una voce, una passione e una grinta che non avevamo più il piacere di sentire dai tempi di One By One. Non c’è un singolo brano, in questo Wasting Light, in cui il vecchio Dave non affermi: io sono Dave Grohl, sono uno stramaledetto rocker, e se non vi va bene non me ne frega niente. Alla buon’ora, rispondiamo noi.
Il singolo Rope ha un sound lo-fi che non disdegna qualche rimando alla band che ha rivoluzionato la musica degli anni ’90: ciò conferma che Grohl è finalmente riuscito a mettere pace tra la sua anima rock di frontman guascone, e lo spirito tormentato e decadente dei Nirvana, che Kurt Cobain ha rappresentato all’apice della sua drammaticità, oscurando però gli altri componenti del gruppo. Tuttavia Rope non è certo l’esempio più chiaro del ritrovato sound arrembante dei Foo Fighters: molto più esplicativa, in questo senso, è l’iniziale Bridge Burning, per non parlare di White Limo, dove fa una comparsata un altro baffo illustre del rock, alias Lemmy Kilmister, deus ex machina dei grandissimi Motorhead. Tanto per farvi capire in che territori ci muoviamo. Altre ospitate sono quelle di Butch Vig, Pat Smear, Bob Mould e dell’ex di turno Novoselic; a tutto vantaggio dell’album, che si presenta alquanto variegato, con influenze che vanno dal metal al rock psichedelico anni ’70 (Arlandria, Miss The Misery, I Should Have Known) alla power ballad (Dear Rosemary). Senza mai perdere di vista la strada maestra di un rock diretto e senza fronzoli.
Ci prenotiamo subito per ospitare i Foo Fighters nel nostro garage, con buona pace dei vicini.
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