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Bill Callahan
Apocalypse
2011
Drag City
di Andrea Belcastro
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Prima con il moniker Smog e successivamente riappropriatosi del proprio nome di battesimo, Bill Callahan va ormai avanti col suo percorso musicale da ben quattro lustri. Tra i più apprezzati ‘songwriters’ alternativi degli anni ’90, il quarantacinquenne del Maryland, due anni fa è stato capace di dare alle stampe quel che, con ogni probabilità o forse contro ogni probabilità, è stato il suo miglior album. ”Sometimes I Wish We Were an Eagle” ascoltato nuovamente oggi dimostra di non essere stato solo una facile infatuazione, una cotta adolescenziale ma realmente il parto perfettamente rifinito e maturo di un artista all’apice della propria carriera. Una voce sempre più calda ed adulta, arrangiamenti curatissimi e mai eccessivi (il perfetto compimento delle affascinanti quanto sgangherate melodie dei primi dischi) ed una scrittura a tratti esaltante. Insomma potremmo andare avanti ore e sarebbe solo un inutile spreco di elogi per quello che è uno dei dischi più importanti dello scorso decennio. In questa sede, invece, ci tocca mettere sotto torchio il suo seguito (”Apocalypse”) il quale già dopo il primo ascolto pare molto meno curato e raffinato rispetto al capolavoro appena incensato. Le melodie sono meno ariose e gli intrecci musicali meno sviluppati e densi di sfumature. Sembra, piuttosto, di essere in una versione ‘callahanizzata’ di certi dischi di Dylan dove è evidente l’urgenza verbosa alla base dell’attività compositiva dei brani. Ciò non significa, però, che i pezzi manchino di tensione musicale: basti ascoltare i sali e scendi orchestrati intorno all’arpeggio di ”Baby’s Breath” o la crescente intensità di ”Drover”. Il tutto, e non è poco, suggellato dalla profonda e magnetica voce di Callahan. Peccato che l’offerta generale si riduca più o meno a quanto appena citato, a parte, forse, la ballata ”Riding For The Feeling” che sembra, però, tirata un po’ troppo per le lunghe. Il resto scivola via in maniera anonima in una sorta di ‘talking country-blues’ con vaghe reminiscenze del Lou Reed di fine anni ’80.
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14/04/2011 -
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