|
Il movimento delle acque c’è tutto ed è davvero un piacere riuscire a rinvenirlo sotto lo spostamento delle balze telluriche, perché a distanza di dieci mesi esatti dall’omonimo esordio gli archetipi di riferimento avrebbero potuto difettare, ma a quanto pare non è capitato. Così almeno si arguisce la diversità di intenti applicata a What A Pleasure nel seguire le oscillazioni e le derive di un episodio che sembra girato nello stesso luogo e in scene separate dalla realtà percepita. La prima ardita è a schema aperto, questa seconda è di più facile giocabilità, ma trattabile almeno quanto il primo tempo.
Tutto ha inizio a Brooklyn, città che dà barlume al progetto di Dustin Payseur, un ventenne spettinato come l’immagine di un fattorino ricoperto di ferro che gira in skate distribuendo polaroid e giovinezza varia. Un percorso seguitato da piccoli effetti di luce filtrata, rumorismi di gabbiani in sottofondo, suoni e vibrazioni di cui i Beach Fossils sono oramai particolare cassa di risonanza. Con addosso più stelle che strisce, spiccano sugli ammassi derivativi dell’ultima enunciazione glo-fi ‘pitchforkiana’ per il merito del synth ceruleo e l’ariosità dei timbri sospesi nello spazio.
Ciak si gira. Arriva così lo screening delle otto tracce dell’ep, riuscendo nuovamente a subodorare la garanzia di un sound dilatato nel raggio di chilometri di costa. Scenari allineati sullo stesso piano, tutti brani che sembrano usciti da una compilazione visionaria, dal soffio surf-gaze più che shoegaze, perché la sola nota che resta invariata è la melanconia di un pomeriggio passato in battigia a respirare tedio e salsedine sentimentali. Questa volta poi l’estetismo degli arpeggi è fortificato sul fronte Wild Nothing. Chi infatti meglio di Jack Tatum poteva forgiare il cameo degli echi di voce? Riesce infatti come un patto di analogia e fratellanza il connubio che i due frontman fissano in Out In The Way dove finalmente conciliano i versi tra la risonanza di un basso leggiadro e il riserbo di una batteria che non importuna mai più di tanto.
Tornano a colmare l’animo di sensazioni simili agli ascolti precedenti, Moments e la title-track, What A Pleasure, ma in realtà il mix di costruzione identitaria è perfetto, e con un pizzico di serafica psichedelia in più i ragazzi riescono a non ripetersi. Fall Right In gioca con le melodie senza cadere nel banale, caricando la voce riverberata di Dustin come se si trattasse di una sweet ballad riformulata in chiave ritmica. Face It riassume in modo eccezionale l’andamento dell’album: una corrente cauta e graduale spesa fra le dilatazioni impalpabili dei synth, l’ancoraggio rassegnato e obliquo del cantato, e i toni caldi di chitarre che incendiano e affievoliscono nel nulla come se non ci fossero mai state. Distance e Calyer declamano a bassa fedeltà gli interventi ritmici, distensione e frenesia, spingendoci sopra qualche impennata dissonante. Adversity chiude evocativa l’immersione dei lapilli, in maniera così organica e stratificata da dissolversi nelle trame chitarristiche in modo profondo.
Se nel menù notificato come bagaglio sonoro, la band segnala scheletri jazz, musica classica e tanti riguardi agli Stereolab, ciò che a fine pellicola sembrerebbe contare sono il valore dell’orecchio onnivoro e la capacità di aver aperto un varco originale nei circuiti dei canoni ‘accademici’. Non chiamatelo revival emulativo, perché i tizi menzionati possiedono gli inediti del moto perenne, live assestanti e filosofia del sensorio. A mancare è il legame di sangue con Wild Nothing, ma la strategica posizione tra il dream-pop e la wave fa dei Beach Fossils il ritrovamento migliore di quest’ultimi anni.
|