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Panda Bear
Tomboy
2011
Paw Tracks
di Maria Francesca Palermo
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Questa è la volta buona. Noah Lennox è davvero arrivato, in quale luogo preciso non ci è dato sapere, ma sicuramente all’apice della sua massima espressività compositiva e attuazione creativa. Un percorso lineare, estremamente logico e pulito, iniziato con la scommessa su Paw Tracks di Young Prayer (2004). La posta in gioco dell’etichetta messa su dagli Animal Collective è infatti altissima e acchiappa tutte le esalazioni del proprio rango sviscerandole in una vasca autoctona dall’aria libera che suona per il resto del mondo più o meno comprensiva del ‘graffitismo’ squilibrato di Ariel Pink e del Creature Comforts dei Black Dice. Perbenismi e invocazioni celestiali che nel proseguo sfiorano l’infinito con Person Pitch (2007), un passo in avanti rispetto al regno animale a contenere la diffusione delle idee come entità che si muovono in uno spazio semi-vuoto per energia propria. È scuola, Panda Bear oramai è insegnamento di concetti come ragione ed evoluzione, incarnazione e rifrazione delle tecniche di assorbimento musicale. In questo senso siamo un gradino sopra il primitivismo simmetrico di pezzi come Good Girl/Carrots, Comfy In Nautica, Im Not e Bros, o in generale del precedente capolavoro che liquidava in ogni suo aspetto il rito della comunità. Una ‘landscape’ sacralizzata da trasparenze acquifere, tutti elementi cromofori pronti ad emergere sin dall’artwork della copertina.
Lo scenario di Tomboy si polarizza nuovamente nella sua devozione, ma rispetto ai trascorsi guadagna in accessibilità melodica e vocale. Il ritmo diventa principalmente monodico e liturgico, laddove gli effetti di luce si allentano in modulazioni più eteree a scapito dei gorgogliamenti di loop accatastati a prendere più polvere tra folk e psichedelia. Ode eterna alla mappatura compiuta del Panda. Dentro di essa You Can Count On Me condensa opalescente una mistura di feedback armonici dall’eco lontano le cui valenze hanno l’impronta ingente di Tomboy, e valgono a rendere la sua invocazione in ripetizione costante. Rifiniture impercettibili che svaniscono e si ricompensano sempre uniformi. Slow Motion velocizza leggermente la panacea cinestesica dell’album e si impegna a strutturare un andamento edenico e minimalista. Un esempio perfetto delle strutture maneggiate è Surfer’s Hymn il cui timbro orchestrale è in trasformazione continua, leggero e livellato come uno spazio aperto. L’utilizzazione degli effetti si fa fortemente solenne allo scattare di Last Night At The Jetty e diventa affettato da un’estasi trascendentale in Drone. Giunto alla sua quarta prova Panda Bear è assoluto e quasi ‘inospitale’, rimuove i convenevoli e ritratta le parole fisicamente suonando come un tutt’uno mentale e d’avanguardia mesta e scapestrata. Riesce nella sottrazione del silenzio (Scheherezade, Alsatian Darn) così come nell’integrazione ritmica di piani sonori dilatati e scansionati attraverso risonanze funzionali (Friendship Bracelet, Afterburner).
Anche questa volta Noah Lennox si impone magistralmente all’ascolto perché riesce a suonare in modo semplice pur essendo complicatissimo, collabora in spirito nell’esecuzione esprimendo all’unisono tutto il ritmo modulato della sua matrice. Per capire, forse, servirebbe dimostrare la prova ontologica di Gödel quando afferma che “una cosa è simile a Dio se e soltanto se possiede tutte caratteristiche positive”. In questo caso la risposta che accenna al teorema è il missaggio evidente fatto dell’album per mano di Peter Kember alias Sonic Boom (Spectrum/Spaceman 3). E in Tomboy se ne afferma chiaramente il concetto.
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07/09/2011 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
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