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La riedizione di questo disco fondamentale mi dà l’occasione di ricordare la prima volta che ascoltai John Barleycorn Must Die, la canzone. Roba di parecchi anni fa ormai. Al di là della straordinarietà del pezzo, che non ha bisogno di presentazioni, ricordo di aver ascoltato una strana versione, dello stile di quelle radiofoniche, accorciate per conformarsi ai rigidi canoni del palinsesto. Terminava intorno ai cinque minuti, necessariamente in sfumato. E, sarà per la maniera con cui mi colpì l'ascolto, dopo aver scoperto finalmente la versione originale mi continuò a sembrare che la conclusione in sfumato si confacesse meglio allo spirito del brano. Una specie di salmo che potrebbe continuare all’infinito e non stancare mai. Una specie di modifica arbitraria che proporrei per un pezzo immortale.
Ma facciamo un piccolo riepilogo. I Traffic sono stati in parte l'incarnazione dello spirito eclettico e vulcanico di Stevie Winwood, polistrumentista factotum e autore della quasi totalità del repertorio musicale della band. Certo, non vanno dimenticati i meriti degli altri: Chris Wood è un musicista dal raro talento e gusto musicali, mentre Jim Capaldi ha un tocco personalissimo e la dote, non comune per un batterista, di avere ottime capacità compositive. Ma il precocissimo Winwood è sempre stato la figura più in vista dei tre: dopo aver abbandonato lo Spencer Davis Group (non senza avergli regalato il loro pezzo più famoso, Gimme Some Lovin’), è lui a sentire l’esigenza di oltrepassare i limiti autoimposti del beat e del rock per lanciare lo sguardo oltre e porre le basi per la fondazione di un gruppo, per l'epoca (e in qualche modo anche adesso), avanguardistico. Con la quasi meteora Dave Mason a dare il suo piccolo contributo, il trio Winwood-Capaldi-Wood lancia il nome Traffic tra le grandi scommesse della musica popolare dell’epoca grazie all’uscita di Mr. Fantasy, un tripudio di psichedelia libera e magistrale che sembra presagire un grande avvenire. Peccato che il bizzoso Winwood non si lasci sfuggire l'occasione di unirsi a Eric Clapton e Ginger Baker nel supergruppo Blind Faith, che non arriverà a compiere il primo anno. John Barleycorn viene concepito inizialmente come un progetto solista di un Winwood messosi ormai in proprio, intitolato Mad Shadows. L'intento di non limitarsi solo all'overdubbing e al fai-da-te spinge il tastierista a richiamare i vecchi amici. L'amalgama e l'intesa non sono fortunatamente venuti meno. Nasce John Barleycorn Must Die, che viene pubblicato dalla Island di Chris Blackwell il 24 luglio 1970.
Veniamo finalmente al disco. L’apertura è affidata alla strumentale Glad. Ispirato da un giro di piano sul quale Winwood era rimasto a giochicchiare per diversi mesi, il brano è già una bella dimostrazione della sintesi di stili e generi ricercata dal complesso. L'intro è beat: da esso scaturisce una fuga rhythm & blues alla Blood, Sweat & Tears che sfocia in una distensione finale dal sapore allo stesso tempo jazzato e psichedelico. È uno dei capolavori dell'album. A seguire, Freedom Rider. Anticipata da una melodia drammatica di piano e sax, la strofa mantiene lo stesso umore, ma è movimentata dall’andamento sincopato di basso e batteria e punteggiato da sfruscii di flauto e dalla voce melodiosa e potente di Winwood. Il cammino verso la conclusione è impreziosito da un bell’assolo di flauto a opera di Wood, che porta a una ripresa del tema iniziale, nuovamente alla strofa e finalmente a un crescendo finale che raggiunge il suo climax al grido di “Here it comes!”. Empty Pages ha una fisionomia più chiaramente rhythm & blues, soprattutto nella strofa. Dettagli rivelatori sono il suono inconfondibile dell’organo, con tanto di immancabile assolo, e la voce calda e acuta di Winwood. Si ricollega invece a quanto stavano facendo nello stesso periodo i Cream di Eric Clapton Stranger To Himself, un blues introdotto da una chitarra spizzicata e spinto da un giro di piano deciso e secco, cui si contrappone il più mobile basso elettrico. Le vette della vena folk dei Traffic si raggiungono nella titletrack. Tratto da una melodia popolare e da liriche ispirate alla raccolta del frumento e al consumo di alcool distillato dall’orzo, il pezzo si sorregge su una melodia dal sapore antico e suggestivo suonata con chitarra e piano, cui fanno da contrappunto tamburelli, bacchette e un flauto superbo. Suggella il tutto la voce da menestrello di Winwood, doppiata da quella più rauca di Capaldi. Inutile dire di più: nonostante la ripetitività del brano, dopo più di quarant'anni non stanca mai riascoltarlo. Il disco originale, quello del 1970, si chiudeva con le note di Every Mother’s Son, canzone dal tono epico e solenne e quindi adatta all'epilogo. Winwood spinge ancora più in su le ottave, in un brano che forse più di tutti si presta all'improvvisazione rock/jazz dal vivo.
A corredo di questa riedizione del 2011, un secondo disco con versioni alternative di alcuni brani (tra i quali, una John Barleycorn Must Die così come era all’inizio: curiosamente ancora più sbilanciata di quella definitiva sul versante folk popolare, assume quasi un tono da Rosemary Lane). Infine, una selezione di brani eseguiti dal vivo allo storico Fillmore East nel 1970, pochi mesi dopo l’uscita del disco: performance strepitosa, che dimostra ancora una volta la grande ispirazione e perizia tecnica del quartetto, qui supportato dal basso dell'ex-Family Ric Grech.
Buona occasione, questa, per dare una riascoltata a un disco che non passa mai di moda.
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