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Ecco qua un’altra band davanti alla quale non si può restare indifferenti. Ovviamente è perfettamente legittimo trovarli sgradevoli, disarmonici, stridenti, e terribilmente deprimenti. I Thursday sono il gruppo ‘emo-core’ per antonomasia, anche se non hanno vent’anni, non sfoggiano frangione che gli coprono metà faccia, né bracciali dai colori improbabili, e soprattutto non si tagliuzzano i polsi – almeno, ci auguriamo che non lo facciano.
In sostanza, questi ragazzi di New Brunswick, New Jersey, sul finire degli anni ’90 hanno gettato le basi per uno dei generi musicali più diffusi e discussi (e odiati, aggiungeremmo) del nuovo millennio, portando al massimo volume il male di vivere e la tragedia umana che si celavano dietro gruppi come Nirvana e Alice In Chains; subito dopo, si sono nettamente discostati da quelli che oggi sono gli stereotipi del “vivere emo”. Non si sono mai atteggiati a rockstar, e presumibilmente mai lo faranno: rimasti sempre semi-sconosciuti in Europa nonostante la lunga e fortunata carriera, non si sono mai fatti notare per flirt strombazzati e bravate dalle conseguenze surreali; e ben difficilmente sentirete Geoff Rickly rilasciare dichiarazioni roboanti e bellicose, sullo stile “Gallagher&Brother”. Il frontman preferisce infatti conservare intatta la sua straordinaria voce per fare il mestiere suo, cioè cantare. E, checché se ne dica - emo o non emo, urla o non urla - lo fa divinamente. Non esiste, in tutto il panorama alternative rock contemporaneo, un poeta decadente che eguagli la sensibilità e l’intensità di Rickly, nello scritto come nel cantato, nella narrazione di storie di naufraghi umani che vagano in giungle metropolitane messe a nudo da gelide luci al neon. E’ l’erede di Robert Smith e Thom Yorke in versione post-hardcore ed estremizzata. Sebbene anche in No Devoluciòn non sprizzino certo gioia da tutti i pori, è evidente che in questo ultimo album i Thursday hanno impresso alla loro musica una netta svolta melodica, accogliendo tra le schitarrate taglienti di Steve Pedulla e Tom Keeley elementi elettronici che rimandano ad un certo pop anni ’80, un classico che non muore mai e piace più o meno a tutti (No Answer). Momenti più aggressivi (Fast To The End, Past And Future Ruins, Turnpike Divides) si alternano a melodie spettrali e dark (A Darker Forest); ma la novità più sconvolgente di questo album è l’emergere dell’ennesima nuova anima dei Thursday, più leggera e luminosa, già accennata in brani come Standing On The Edge Of Summer e qui espressa da Sparks Against The Sun, Open Quotes, Magnets Caught In A Metal Heart, Millimeter: un attimo di respiro in mezzo a cascate devastanti di terribili emozioni.
Quando Robert Smith, descrivendo il suo ineguagliabile Disintegration”, parlava di “sensazioni che si amplificano al massimo, fino a farsi insopportabili, e a disintegrare il cuore umano”, probabilmente precorreva la musica dei Thursday. Le sue parole anticipavano di un decennio la vocalità vertiginosa di Rickly, unica e inimitabile, che urla rabbia, dolore, passione e devozione, ti uccide dentro, ti mette a nudo l’anima e sembra quasi volertela lacerare. L’album è splendido, nonostante tutto. Ma rimane una band da evitare se siete già di vostro tendenti alla depressione o all’eccessiva emotività.
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