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Bass Drum Of Death
GB City
2011
Fat Possum Records
di Alessandro Tosti
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Appena arrivati al debutto, già se ne stanno lì in copertina in maniera singolare: indossano giacche di pelle stile anni '70 e fanno uscire dalla bocca del fumo. Innocente, per carità. Senza tener presente lo sguardo perso nel vuoto, stanco. John Barrett (chitarra, voce) e Colin Sneed (batteria) sono di Oxford. Non quella Oxford, ma Oxford, in Mississippi. Certo, non hanno proprio l'aria degli studenti di Cambridge appena usciti da una lezione sulla fisica quantistica, e sicuramente questa loro “città del Regno Unito” ha poco a che fare con l'ambiente accademico delle note città universitarie. Anzi mettiamola così: “GB City” è una città vista con gli occhi di un giovane nella fase terminale della sua adolescenza, spregiudicato e carico di ribellione verso il precostituito. I rimandi dei testi sono efficacemente aderenti a storie su sesso e fantasie notturne come “Religious Girl”, ed il disco stesso suona sporco come un desiderio proibito e veloce come una sveltina. Proprio come la durata delle canzoni, che supera solo in poche eccezioni i due minuti e mezzo. E' pur vero che John Barrett era già un addetto al mestiere in Fat Possum, dove ha lavorato per tre anni come impiegato e dopo i quali si è ritirato in solitaria per sfornare “GB City”, solo con chitarra e microfono, registrando direttamente su un portatile. “Nerve Jamming”, infatti, apre il disco riportando una scena garage-punk molto scarna, decisamente congeniale per i malati del fuzz e del rock 'n' roll come stile di vita. L'appassionato di alta fedeltà con aria critica guarderebbe alla qualità del suono, ai volumi, piuttosto che ascoltare, laido. Anche perchè, parliamoci chiaro, la title track stile ‘60s ci dimostra che il duo non scherza e che non solo ha studiato, ma ha assimilato un'intera cultura musicale che va dal surf agli Stooges, passando per gli Harlem di casa Matador o gli Eagles of Death Metal. Nelle altre tracce si procede senza lentezza o inversioni estetiche. La vera sorpresa è “Spare Room”, viaggio acido ed oscuro nel mondo delle droghe, mentre “Young Pros” ci fa tornare in vita a suon di coretti scanzonati, già presenti a più riprese nel disco. Non ci è dato sapere se i Bass Drum of Death continueranno ad essere così sanguigni nei prossimi lavori. Tantomeno se avranno seguito o vita breve. Però il nome suona proprio bene.
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08/05/2011 -
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