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Ponytail
Do Whatever You Want All The Time
2011
We Are Free / Goodfellas
di Maria Francesca Palermo
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Esistono delle isole felici, anzi super-felici attorno a Baltimora, una città amministrativamente indipendente e responsabile di idee schizzate e godurie sopraffine. È proprio il caso di citare come esempio tipico di squilibrio e buon senso il management della label sopraindicata perché le amicizie strette in tempi ancora non sospetti con Yeasayer, Beach House e Indian Jewelry gli hanno di certo concesso di imboccare le coordinate giuste per definire alti bordi sull’asse terrestre. E cosa volete che sia, d’altronde quelli appena fatti sono solo tre nomi che hanno armato i migliori album del 2010, roba da poco insomma.
Fatto sta che a vederci lungo si è sempre in tempo, anche stando fuori dalle righe. Ce la si può fare producendo un terzo lavoro ancora notevolmente ispirato e messo a puntino con una copertina che disegnata da Yamatsuka Eye dei Boredoms mostra la strada per crescere nell’ascolto dei Ponytail. Uno schema di deduzione sugli indizi seminati dagli animali transatlantici, sotto l’occhio vigile e il richiamo inconsueto di Molly Siegel. Lei sì che è davvero un astro incallito in fatto di policromie vocali. La ragazza è un usignolo urlatrice che stornella in modo stridente e incredibilmente punk. Se poi aggiungi alla batteria Jeremy Hyman e alle chitarre Ken Seeno e Dustin Wong, ottieni un’esplosione fracassona che fa da contraltare all’ugola di Molly. Un interplay ritmico avvitato attorno al rollio & beccheggio di peripezie noise in costante aggiornamento. Tinte e asserzioni condivise che promettono baccano e zero controllo già nel titolo, Do Whatever You Want All The Time.
Così i Ponytail fanno davvero ciò che vogliono tutte le volte che vogliono, hanno melodie azzeccate, chitarre aperte e tambureggiamenti che sono ouverture ritmiche private di direzionalità inibitoria. Le parole sono importanti, le associazioni non-sense pure e liberano la forma risucchiando i sette pezzi dell’album in un mulinello prog-armonico dalla rara caratura creativa. Alternando urlatini a ruffiani sorrisi, ruvidità punk a disposizioni math-rock, le tracce scorrono via velocissime. Easy Peasy, Honey Touches e Music Tunes sono il risultato dell’assoluta padronanza e leggerezza dell’hit. AwayWay e Flabber Mouse sono scioglilingua pesati sulla prassi impazzita di una regia che riduce ogni singola sillaba al borbottio tribale delle chitarre. Volere più che riuscire a suonare così oggi è davvero un optional di fastosità unica.
Un album formalmente perfetto che spinge di ingegno e improvvisazione un repertorio dalla muscolatura pop. Atipici nel loro genere, i Ponytail sono i migliori pasticci del Maryland, imballati fra la tecnica freak di David Peel, il battito istintivo di Deerhoof e la sregolatezza di Dan Deacon.
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14/08/2011 -
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