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Torna il lupo di Banditi (1999) sulla copertina dell’ultimo lavoro di Assalti Frontali: questa volta mostra i denti ed è virato nel rosso della rabbia e nel nero in cui si rischia di sprofondare. Dieci pezzi per un po’ meno di 40 minuti, con molti ospiti ad accompagnare Militant A e Pol G, sulle splendide basi di Bonnot.
È un disco notevole, quasi un ritorno ai “capolavori” Terra di nessuno (1992) e Conflitto (1996), alla old school dell’hip hop italico, di cui Assalti, e prima Onda Rossa Posse, sono i ventennali b-boyz; ma anche un salto in avanti, verso sonorità più eterogenee, eppure con la stessa urgenza ribelle di sempre: “sono ben difeso, sto con gli indipendenti/ welfare dal basso, super hi tech /e sempre attuale mio compare saggio Bertold Brecht” (la title track Profondo rosso). Così troviamo Inoki ed Esa che rappano in Banditi nella sala (appunto!) alzando “la mano per Stefano Cucchi nella sala”, ricordando il quindicenne Anteo Zamboni e i “bagliori di bengala” di un’altra storia d’Italia, su una base di potentissimo hip hop, inframezzata da un violino che entra subito in loop. E poi il riff di chitarra che apre Cattivi maestri, con le narrazioni dell’autunno studentesco: “andate nelle scuole, formate i collettivi/ organizzate la rivolta, finché siete vivi”. Ma in mezzo troviamo echi reggae in Mamy, che sembra quasi una base del sound system fratello One Love Hi Pawa e Lampadread, come del resto anche Sono cool questi rom. Quindi l’urgenza di Avere vent’anni e la malinconica e rabbiosa distopia metropolitana di Roma meticcia: “vengo dai medi, dalle sedi dei centri sociali/ capaci di piangere ancora, grandi emozioni/ abbiamo dei sogni, senza grandi illusioni”, verso il flow declamatorio finale tra underground, Garbatella, Portonaccio, San Lorenzo, old e new school. E in conclusione Lampedusa lo sa, con Dorgas Mpemba e la sua splendida voce afro-soul; ma soprattutto la solitudine ribelle nella Storia dell’orso bruno, con ouverture quasi da chitarra western-mariachi: un inno alla libertà di un orso bruno che scappa tra i monti e diviene il “public enemy numero 1”.
È passato oltre un ventennio dalla Pantera, dove Onda Rossa Posse declamava Batti il tuo tempo, e i movimenti studenteschi rimangono tuttora l’unica spinta vitale in questo immobile eppure cangiante Paese; così come “il rap poesia della strada” di Militant A continua a parlarci di gioia, lotte, amore, rabbia e della possibilità di agire sul presente, senza sconti per nessuno, in piena autonomia (l’autoproduzione Daje Forte Daje), con orgogliosa e sapiente ricerca musicale e irrinunciabile voglia di stare assieme: “pazzi perché vogliamo vincere questo è il fatto / e vivere anche senza un contratto”.
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