|
L’Altra: altra faccia della musica, quella valida, equilibrata, telepatica. Non è un errore, bensì un sintetico tentativo di racchiudere l’essenza della variegata estetica di “Telepathic”, nuovo frutto del duo statunitense L’Altra. Si potrebbe partire con categorizzazioni etimologiche per definirne il genere ma l’appellativo indie pop sembrerebbe alquanto semplicistico in una profondità stilistica così sconfinata. Ebbene è proprio la complessità prodigiosamente catturabile del quarto album a “catturarci” subito, e il decennale binomio di Chicago, nonostante sei anni di lontananza reciproca dal penultimo “Different Days”, torna e marca il tracciato della propria arte con abilità tipica degli abili. Abilissimi anzi la cantante-tastierista Lindsay Anderson e il cantante-chitarrista Joseph Desler Costa, coppia decisamente particolare, che supera burrasche, rotture, ‘engagements’ sentimentali per fondersi in un connubio armonico-vocale di segno opposto. Il loro cantautorato velato è così compattamente concatenato che gli undici brani plasmano un flusso di sensazioni extrasensoriali soavi, ariose, altro che antitetiche. Il tutto accompagnato da istantaneità melodica, arrangiamento ricercato, minimalismo divulgante, per una complessità non monotona. La copertina del “Telepathic” crea un impatto innocuo, medio, il suo contenuto al contrario, desta immediato scalpore: che trattasi di gioco stilistico o meno, l’etereo intro instrumental “Dark Corners I” ti graffia con sottilizza delicata ed libera una curiosa tentazione di assaggiare il brano successivo. Non a caso “Nothing Can Tear It Apart” con i suoi bassi e acustiche amabili, vocii parallelo - continui e leggiadri giochi synth ben esemplifica il complesso di 41 minuti. Interessanti gli apporti del violino in “Big Kiss” che a brevi tratti assalgono di malinconia il raffinato e sereno scenario compositivo. Il pianoforte “signoreggia signorilmente” in “Boys” e “When The Ship Sinks” ma con qualche differenza:se nel primo è contornato da lenta intimità sensuale e passa quasi in secondo piano, sopraffatto da caldi sussurri dialogali con rimembranze jazz, nel secondo si sposa con agili e colorate tinte prevalentemente femminili tanto care alle scelte stilistiche dell’album solista di Lindsay “If” del 2007. L’inizio cembalo di “Black Wind” insieme a percorrenti intrecci elettrici modellano un motivo avvincente. Si discosta debolmente dal contesto “Winter Loves Summer Sun” dove il sussurrato d’atmosfera permane ma ornato da picchettature rockeggianti. Acusticheggiante anche “This Bruise” ma più conforme alle fondamenta creative. “Either Was the Other’s Mine” prospetta due voci femminili in pianta stabile generando una piano-ballad non particolarmente estranea alla tradizione, ma innegabilmente orecchiabile. La title-track “Telepathic”: d’atmosfera, con incipit progressive, capace di comunicare nell’intento spaziando lievemente nonostante l’impossibilità di esplorarne il testo, come per tutto il resto. Più nitida dell’intro “Dark Corners II”, archeggiata, dalle reminescenze improvvisate, spleen esile, sincope jazz. Come non ultimare l’analisi rimarcando quello spontaneo scalpore destato dall’estro armonico del temporalesco duo che ti sprofonda in un’intimità talmente specifica,trasmettendo intrinsecamente con ogni nota anche il più tèle(lontano) pàtheia(sentimento).
|