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Diciamoci la verità. La colonna sonora di Into The Wild firmata dal solo Eddie Vedder è di gran lunga meglio degli ultimi tre-quattro album dei Pearl Jam. I motivi sono molteplici e questa non è la sede più adatta per parlarne in maniera approfondita, c’è invece da prendere atto che il Vedder cantautore tout-court piace e convince ed un suo nuovo lavoro solista è una notizia positiva. Ukulele Songs perciò, dopo un paio di tour solisti e la scorpacciata di marmellata di perle degli ultimi due anni, cade proprio a fagi(u)olo.
Il titolo del disco non lascia spazio a dubbi: ogni singola canzone è suonata da Vedder con il suo ukulele. C’è questo e poco altro. La maggior parte dei brani fanno parte di una piccola autoproduzione realizzata dal leader dei Pearl Jam ad inizio secolo e per anni rimasta solo ad uso e consumo di pochi amici e conoscenti. Il motivo di questo embargo, a detta dello stesso Vedder, era dovuto al carattere fortemente personale dei brani stessi. Ora, non si sa quale sia il motivo di tale ripensamento, l’ex alfiere del grunge è finalmente pronto a dare la giusta cassa di risonanza a questa sua oscura produzione. Rimpolpato da un paio di brani di recente composizione (Sleeping By Myself e Light Today), la rivisitazione di un vecchio brano dei PJ (Can’t Keep) e qualche cover sparsa, Ukulele Songs è, infine, qui tra le nostre mani. Eliminate le “grezzure” rock e forse perché meglio adattabili al particolare strumento hawaiano, tutte e sedici le composizioni non si distaccano troppo dalla forma più intimistica della ballata, genere non certo nuovo a Vedder e nel quale si è sempre mosso con classe e disinvoltura (anche in Backspacer, l’ultimo album dei Pearl Jam, tra le cose migliori c’erano Just Breathe e The End, non esattamente due pezzi hard-rock). Il risultato finale è contraddittorio: i pezzi di grande spessore compositivo e melodico non mancano (il singolo Longing To Belong e Without You, ad esempio sottolineano la grande maturità raggiunta dal loro autore) così come le interpretazioni vocali da pelle d’oca, d’altro canto, invece, il rischio di soporifero tedio è sempre dietro l’angolo perché, nonostante il minutaggio piuttosto ridotto e nonostante l’onesta tecnica strumentale di Vedder, affidarsi unicamente all’ukulele finisce per appiattire di molto l’impatto sonoro. Inoltre, se ciò non bastasse, la manciata di cover posta a fine tracklist aggiunge poco o nulla all’economia generale se non diventando addirittura un peso da trascinarsi dietro per una manciata di minuti francamente evitabili.
Resta, dunque, il dubbio e l’amarezza per quel che sarebbe potuto essere questo album con una produzione più accurata e variegata. Così com’è resta, invece, un dischetto piacevole, senza grosse pretese e con una copertina suggestivamente bella.
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