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Il 2008 aveva visto l'uscita dell'omonimo This Will Destroy You, tra gli applausi dei corifei e i fischi di chi credeva si trattasse di una band meteora. Scavando ancora indietro nel tempo, e cioè nel 2005, quando usciva il loro primo Ep Young Mountain, ritroviamo già critiche positive nei confronti del talentuoso quartetto texano. Alla domanda se sia post-rock oppure no (è questa la diatriba aperta nelle principali aree di discussione) le risposte sarebbero molteplici, e probabilmente tutte valide.
I TWDY, probabilmente noncuranti di queste (in)utili dissertazioni, danno alla luce Tunnel Blanket riuscendo a dare una risposta attuale, e sempre di notevole spessore, a chi sostiene con fermezza l'idea che sia ancora possibile una riduzione, e un'identificazione univoca, all'interno di un genere così ampio come il post-rock. E' il loro secondo album, e la materia è così, sfumata e rarefatta. E proprio per questo così interessante. Registrate e prodotte con John Congleton (Bill Callahan, Black Mountain, Modest Mouse), le otto tracce di Tunnel Blanket bisogna ascoltarle come otto movimenti ben distinti, come il risultato di una rigorosa selezione di unità minime e di frammenti musicali, miscelati con l'elettronica, e ben distesi sui tempi lunghi. E se è istantaneo pensare ai conterranei Explosions in The Sky, allo stesso tempo è lecito segnarne, una volta per tutte, il definitivo distacco in un panorama variegato come questo, che ha molteplici modi di esprimersi e d'interpretare il genere, e che sempre più raramente risulta così originale. Non appaiono invece distanti le lunghe dilatazioni sonore dei maestri canadesi GYBE o Silver Mt. Zion, ascoltando queste “sinfonie” post-rock. Esemplari i dodici minuti di Little Smoke, dove i primi tre minuti fungono da preparazione all'esplosione delle chitarre babeliche, risolute a creare un muro di suono compatto e roboante. Sono composizioni che si sviluppano per sottrazioni o addizioni di suoni improvvisi (Black Dunes), pensate per fare da cornice ambientale alle sensazioni incorporee dei nostri stati emotivi. Le textures elettroniche di Glass Realms risuonano ipnotiche e circolari nell'atmosfera immateriale del disco, mentre in Communal Blood, poesia “in lacrime” di otto minuti, sembra che la tensione iniziale sia destinata a precipitare verso l'etere in una commistione di feedback. E subito dopo, ricalcando più o meno lo stesso intreccio melodico della precedente, ecco la toccante Reprise, che qualche regista penserà di inserire come colonna sonora di un film catastrofico. Il catastrofico del resto, tra verità (vedi Fukushima) e menzogna (vedi il non-terremoto di Roma previsto da Bendandi), rimarrà attraente per chi continua a nutrire un fascino estremo verso scenari apocalittici, ma soprattutto rimarrà una delle motivazioni piu' frequenti nell'ispirazione artistica. Ma come non rimanere incantati da questa serie di squisite e modulate frasi musicali, che improvvisamente lasciano la scena al caos e al rumore, bianco, pur rimanendo concettualmente orchestrali? Niente cori, niente parole, solo musica.
Ad assecondarlo, sembra quasi che il disco ci piloti verso una dimensione ignota, passando attraverso un tunnel remoto in cui è assente lo spazio-tempo. Un viaggio nell'inesplorato, insomma, senza né bagagli né una meta in particolare. Partire ed abbandonarsi all'ignoto. Nient'altro.
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