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Pendragon
Passion
2011
Madfish
di Chiara Felice
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Quasi trent'anni separano The Jewel dall'ultimo album in studio dei Pendragon, Passion. Quasi tre decenni di attività caratterizzati da azzardi, sperimentazioni e ritorni alle origini; questa potrebbe essere, in sintesi, la storia dei Pendragon, band britannica che insieme a gruppi come Marillion e IQ ha cercato di mantenere vivo un genere che proprio in quegli anni – gli anni Ottanta – continuava ad assistere, impotente, al proprio declino. Gli anni d'oro del progressive erano ormai un ricordo lontano e dischi di livello eccellente si potevano ascoltare con la stessa frequenza con la quale si riesce ad osservare il passaggio di una meteora. The Jewel e The Masquerade Overture (quest'ultimo del 1996) sono sicuramente le due punte di diamante della discografia del gruppo, mentre il loro ultimo Passion sembra decretare un ulteriore momento di arresto da parte della band di Nick Barrett.
Ascoltando e riascoltando l'album ci si accorge che manca qualcosa; a dispetto del titolo, questa volta sembra proprio che la passione sia venuta meno. Non può bastare una tecnica eccellente (soprattutto quella del batterista Scott Higham), l'utilizzo di campionamenti studiati ad hoc, le stratificazioni sonore dal tocco ambient e i cori - a tratti floydiani - a fare un ottimo disco; così come non basta l'interessante artwork e il dvd aggiuntivo con il making of del disco, a rendere il giudizio dell'ascoltatore meno inclemente. I momenti migliori risultano essere i due estremi, l'incalzante title track che apre il disco e la conclusiva Your Black Heart, che sembra essere un vero e proprio omaggio a buona parte dei gruppi che hanno fatto la storia del rock. Tra questi due estremi si collocano brani più lunghi come la trascinante This Green And Pleasent Land e la mutevole Empathy. La maggior parte delle canzoni scorre via senza lasciare traccia del proprio passaggio dietro di sé.
C'è sicuramente tanta preparazione tecnica e conoscenza musicale dietro questo disco, ma la sensazione che si ha una volta arrivati alla fine dell'ascolto è che manchi un elemento fondamentale, che è poi quello che distingue un buon album da un disco eccellente: l'ispirazione. A discolpa di Barrett e soci va il fatto di aver quasi sempre cercato di intraprendere nuove strade, senza fermarsi alla riproposizione delle classiche formule tipiche del progressive di fine anni sessanta inizi settanta; anche con Passion si è cercato di mettere in atto questo tentativo, riuscendoci però solo in piccolissima parte, per il resto, ciò che traspare è la sensazione di una generale freddezza derivata dalla consapevolezza delle proprie abilità, che però non riesce ad andare oltre questa.
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01/06/2011 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
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