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Pat Jordache
Future Songs
2011
Constellation Records
di Maria Francesca Palermo
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Patrick Gregoire non è nuovo a certe scommesse. Le sue sono cifre in bilico fra una personalità poliedrica e suoni elettromagnetici che alzano e abbassano un’insolita combinazione di rumorismo e poesia. Così come per lo scambio di certe figurine che via via variano, compaiono e spariscono, qui il pop viene sottoposto allo stesso modo ad uno straching psichedelico all’ombra di territori sconfinanti in piccoli bauli. Qualcosa che assomiglia molto ad una rivisitazione sminuzzata dentro lo sgabuzzino di un seminterrato polveroso e invecchiato di Montreal.
Capacità ingegnosa di una cittadinanza che sposa anche la precedente militanza di Patrick nei Sister Suvi, progetto avanzato con Merrill Garbus ora mente hippie-chic di Tune-Yards. Due personalità estremamente ermetiche e imprevedibili, oggi spaiate nelle proprie corrispettive dimore con lo scopo di cacciare fuori dal cilindro collezioni private di scheletri che sono mantenuti in comune dall’attitudine per l’originalità dello stile. Prodotto a crudo la scorsa estate in nome del miracolo digitale a casa Pat Jordache e quest’anno ri-masterizzato ad hoc dalla Constellation, Future Songs fa un bagno nel focolaio wave più escoriante. Otto tracce cristalline nel loro formato, tappeti di effetti fluidi e una voce scivolosa che è librata solo dalle maree. Ritmo ciclico e droni minimalisti stesi sopra un arrangiamento melodico iper-raffinato assolutamente non indifferrente al delay di filtri e modulazioni. Riff sporchi per mano di Rory Seydel, soffi di memorie fluttuanti e gentili (Radio Generation, Get In) come delle imbiancate stilistiche care a Ian Curtis (The 2-step, Salt On The Fields) o delle zone buie e percussive passate sotto nomenclatura Can (Phantom Limb). Le liriche sono essenziali e veicolate da un pensiero seminotturno e dinamico che ricorda a tratti il tono baritonale dell’ululato di Kip Malone (Song For Arthur, ukUUU). Ma i nomi citati rappresentano l’anima dell’album fino a un certo punto. Ciò che sorprende è un candore di suono magistrale, mescolanze inedite e magicismo del sentire lo-fi folk esasperato e fisico (Gold Bound).
Un disco prezioso, un piccolo capolavoro grezzo e genuino come non se ne sentiva da tempo. Un plauso come sempre all’etichetta che continua a gettare luce laddove molti altri non capaciteranno mai arrivare.
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02/06/2011 -
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