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Quando una band, già capace di conquistare una certa fama, arriva al quarto album in studio è più che lecito attendersi la svolta decisiva, la maturazione in grado di consacrarla definitivamente. Per gli Arctic Monkeys di Alex Turner l’uscita di Suck It And See deve, per forza di cose, rappresentare questo snodo cruciale dopo tre dischi caratterizzati da alti (pochi) e bassi (tanti, troppi): un sound solido e frizzante messo a servizio di un songbook, salvo occasionali eccezioni di rilievo, molto deludente.
Affidata la produzione artistica nuovamente al fido James Ford (dopo la controversa esperienza in co-abitazione con Josh Homme), la prima sensazione è che l’album, così come il suo predecessore, sia il frutto finale di timidi tentativi di setacciare nuovi e sempre più vari territori musicali. Brick By Brick, soprattutto, ed il nuovo singolo Don’t Sit Down Cause I’ve Moved Your Chair, ad esempio, strizzano l’occhio ad un certo rock cafone mentre nella conclusiva (e forse migliore dell’intero lotto) That’s Where You’re Wrong ed in The Hellcat Spangled Shalala, come fantasmi di un passato lontano, spuntano echi di Jeopardy dei Sound spruzzati di Morrissey. Se poi aggiungiamo al frullato anche l’iniziale She’s Thunderstorms, una ballad dal retrogusto indie-rock d’inizio secolo, il risultato finale è un pasticcio caleidoscopico senza forma e senso logico. Non che sia un male a prescindere, ma alcuni accostamenti sonori cozzano in malo modo nonostante la qualità dei brani sia, tutto sommato, oltre la sufficienza nella maggioranza dei casi. Va bene essere eclettici, ma bisogna anche saper amalgamare con sapienza e qualità i vari ingredienti (per ulteriori informazioni chiedere a Beck Hansen).
Insomma, il frutto, a vederne l’involucro, sembra maturo, ma la polpa, il succo, ancora è aspro al sapore: alcuni difetti storici sono lontani dall’essere eliminati e le qualità pur sempre presenti non sembrano essere sufficienti a regalare quel qualcosa in più auspicabile in principio. I margini di miglioramento sono sempre presenti. Il tempo passa, è vero, ma Turner e soci sono pur sempre ancora giovanissimi e sperare, in fondo, non costa niente.
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