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One Dimensional Man
A Better Man
2011
La Tempesta dischi
di Fernando Rennis
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Un uomo è migliore quando fa esperienza, quando sa di aver dato tutto per poter continuare ad essere sincero con se stesso e coerente con le proprie emozioni. Un uomo è migliore quando al sudore che sgorga dalle passioni ha saputo alternare il ritmo del proprio cuore e non sarà un caso che ”A Better Man” porti in copertina proprio il muscolo cardiaco. Gli One Dimensional Man hanno saputo liberare il loro uomo dalla realtà monodimensionale facendogli esplorare nuove lande sonore: c’è più equilibrio adesso, più attenzione ai dettagli, l’approccio ruvido e sporco degli esordi ha lasciato il posto ad un impatto violento ma allo stesso tempo qualitativamente ineccepibile. L’album è un’opera in cui le collaborazioni fioccano. Oltre a Rossmore James Campbell, poeta e scrittore australiano che è l’autore di tutti i testi ed ha collaborato col gruppo già in “You Kill Me” (2001), i contributi di Eugene Robinson (Oxbow), Justin Trosper (Unwound), Gionata Mirai (Il Teatro Degli Orrori), Jacopo Battaglia (Zu), Richard Tiso (già collaboratore del Teatro Degli Orrori e contrabbasso nei reading di Majakowskji), Rodrigo D’Erasmo (Afterhours), Enrico Gabrielli (Calibro 35), Sir Bob Cornelius Rifo (The Bloody Beetroots) e Francesco D’Abbraccio (Aucan) danno al disco lo slancio necessario a segnare una svolta nel sound della band. “A Better Man” (omonima prima traccia del disco) spiazza perché inizia con un piano e due voci che si trascinano a vicenda (quella di Capovilla e quella di Katla Hausmann), entrano synth e archi e le voci nel finale si fanno più decise. Il pezzo d’apertura ci porta direttamente al secondo brano. ”Fly” è claustrofobica, dotata di un inciso potente, di un groove incalzante e sorretta da synth corposi. Dopo il secondo ritornello esplode una parte di elettronica e percussioni tribali che sfociano in battute secche e potenti ed è così la volta dell’ultimo ritornello che mantiene tutto il suo vigore. ”This Crazy” smorza i toni ma siamo ancora a livelli di tensione ritmica notevole. Seguono ”A Measure For My Breath”, “The Hungry Beast”, “Ever Smile Again” e ”The Wine That I Drink” che fanno capire chi sono gli One Dimensional Man di oggi: un gruppo lontano dalla furia sonora dell’esordio del 1997, attento al ruolo preminente che l’elettronica riveste nella musica del XXI secolo da un lato e fedele all’onda d’urto della propria musica dall’altro. ”Ever Sad” è il reprise della prima traccia che qui è completamente rivoltata e resa diversa soprattutto con la complicità di violini, flauti, xilofoni, clarinetti. Il pezzo verso la metà prende fiato tra sussurri arabeggianti per poi ripartire con la batteria di Luca Bottigliero che si conferma sempre puntuale e funzionale. ”Too Much “ è un collage di voci cadenzate che dapprima risultano opache ma si fanno pian piano più nitide fino ad un “grazie a tutti” che rende il pezzo (di appena 2 minuti e 21) ancora più particolare. ”Face On Breast” è una cover di Scott Walker (dall’album “Tilt” del 1995) il cui arrangiamento sfocia nell’industrial alla Nine Inch Nails. Chiude ”The Strange Desease”, un pezzo in cui l’arpeggio di chitarra acustica fa da colonna portante sulla quale la voce di Capovilla si appoggia e con un’inflessione sempre più angosciata e rassegnata ripete la frase che da il titolo al testo. Questo è ‘l’uomo migliore’ dei One Dimensional Man e i testi e la musica dell’album rendono più esplicito il cambiamento. Perché un uomo è migliore anche quando ha il coraggio di rischiare.
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03/07/2011 -
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