|
Potrà suonare forse un po’ improbabile, ma al primo ascolto di questo disco, volutamente senza essermi informato prima per godere di una prospettiva meno viziata possibile, ero convinto che i Le Corbeau fossero italiani. Invece, dopo aver concluso l’ascolto ed essere andato a sbirciare tra le innumerevoli pieghe del Web, ho scoperto che si tratta di una band norvegese, capitanata dall’ex dei Serena Maneesh, Øystein Sandsdalen, per giunta arrivati al terzo disco. A posteriori, riesce facile pensare all’origine scandinava: le atmosfere sono decisamente fumose e glaciali, Il che può suonare un po’ come un luogo comune, ma è la verità. In realtà, i nostri infilano dentro una serie abbastanza ampia di riferimenti, il primo dei quali risponde al nome di Sonic Youth, come si evince non tanto dalla carica noise quanto più dai giri e dagli arpeggi sospesi e minacciosi di brani come la ottima “Mizogumo (Head In The Trees)”. In generale, Sandsdalen dimostra una volontà abbastanza palese di ricerca musicale e di inventiva, riuscendoci in buona parte pur senza emanciparsi quanto potrebbe dai numerosi riferimenti. Tutto il disco è pervaso da un'accentuata vena shoegaze molto percebile, come nella già citata “Mizogumo” o anche nella valentiniana "Another Moment When Time Stands Still”, con le voci che fanno attentamente in modo di non emergere sulla musica, bensì di mantenersi immerse nel magma ribollente delle distorsioni: caratteristica questa comune a tutto l'album. Altrove, le sonorità si spostano più sul versante hard-noise, come nella dura “Remains”, mentre andamenti sornioni e cinematografici, adatti presumibilmente a un noir, fanno capolino in brani che devono qualcosa ai Morphine, come "Drumming Of Heavy Rain" e "Yvette Rosemont", complice anche la comparsa di un azzeccato sassofono. La conclusiva "1959" è una piacevole sterzata nel sound, proprio in concomitanza con la fine dell’album: le atmosfere si fanno più leggere e rarefatte, pur mantenendo un'evidente tenebrosità di fondo. Nonostante sia un album per il quale è inevitabile e spontaneo operare paragoni, il che lo rende ancora schiavo di dinamiche già sentite, “Mot On The Headlight” compie un bel passo verso l’affermazione di una formula originale e interessante: lungi dall’essere un capolavoro, si tratta di un disco riuscito, che piacerà sicuramente agli aficionados delle sonorità notturne e inquiete. TRACCE 1. Mot On The Headlight 2. Yvette Rosemont 3. 1962 4. Mizogumo (Head In The Trees) 5. Black Belvedere 6. Another Moment When Time Stands Still 7. Remains 8. Drumming Of Heavy Rain 9. 1959
|