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Modena City Ramblers
Sul Tetto del Mondo
2011
Mescal/MCRecords
di Mirela Marta Banach
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Tanto tempo per riprendere in mano un cd impolverato ed analizzarlo quanto per elaborarlo: e da elaborare c’è molto. Specie se si tratta dei Modena City Ramblers che col loro trimestrale “Sul Tetto Del Mondo” a vent’anni dal dì dove tutto ebbe inizio, ti incitano a rifugiarti sul tuo di tetto… Il paradosso non solo si amplifica dinanzi ad una copertina fulgida che ti stimola all’ascolto, ma viene concretizzandosi massimamente per il nome che riporta: uno dei migliori gruppi combat folk dello scenario italiano. E giacché noi meschini ascoltatori abbiamo la tendenzaccia a iperbolizzare il focus sul primo brano, in questo caso, ci ritroviamo alquanto spiazzati: la violinaceo-country “AltrItalia” vuole atteggiarsi da essenza realistica calcante un presente incontaminato da ‘vizi’ del XXI siècle. Risultato discutibile che cede il testimone a “I Giorni della Crisi”: in sei minuti il vocabolo ‘crisi’ ridonda senza sosta, quasi a ricordarci i tempi bui di un quotidiano apaticamente fermo. Ma non c’è due senza tre. “Interessi Zero” plasma un’allegria leggiadra pervasa da critica anti-capitalistica. Dodicesimo capitolo discografico ad alto tasso polemico –sarcastico -sociale per i MCR. (S)Tentano di rendersi presentabili con semplicità non truccata da effetti plastici in quel acustico cosmo Ramblers tappezzato da arrangiamenti armonioso-“irlandeggianti”. E ci riescono scavalcando il tris di esplicite prese di posizioni con “Seduto sul Tetto del Mondo”: cosmo celtic, calma intimista, apoliticità arcata, ma anche “minestra lenta riscaldata”. Dispiace ripeterlo, ma le ballads scorrono con la stessa corrente di anni prima creando confusioni temporali senza distinzioni tra il remoto e il presente. ‘J’accuse’ “Specchio dei Miei Sogni” con la stessa dichiarazione di colpa, nonostante in ambo i mondi, la voce di Davide “Dudu” Morandi contornata da essenzialità di un valido arrangiamento riesca sempre a turbare positivamente. Fortemente cintate “Dieci Volte” e “Tra Nuvole e Terra” due lovesongs proposte sotto modulistiche di scansione differenti , ma pur sempre calcanti le belle parole d’amour. “Tipiche” le tipicità local-lessicali in “Sciòp e Picòun” e nel refrain di “Camminare” , e giacché di peculiarità si parla, come non accorgersi dell’improvvisato “Povero Diavolo” dall’incipit orientale, reminescenze dantesche e sonorità zingaresche. “La Mosca nel Bicchiere” più che un insetto pare racchiudere nelle sue tonalità sovietiche “La Mosca Degli Zar”, mentre “¡Que Viva Tortuga! ” ci sposta dall’altra parte dell’emisfero immergendoci nei ritornelli latino-americani/popolar-corali e mix di bouzouki greci e banji africani. Si vaga e vaga per poi ritornare a quel locus primordiale ispiratore, della loro pur sempre creativa storia nel folkeggiante “Il Posto dell’Airone”. Ma quel folk ‘combat/combattivo’ ha proprio premura di ritornare prevedibilmente in un passato esausto, compiuto, ultimato, completato? Sarebbe come “barattare vecchie illusioni”/ “Pur sapendo che è inutile andare / Se hai già rinunciato a cercare”…
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06/07/2011 -
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