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I Figurines si classificano, da sempre, come il perfetto esempio di certe sonorità pop. Il gruppo danese, infatti, si trascina il sole nel cuore anche in quest’ultimo lavoro self-intitolato che fa la spola tra le emissioni glamour dell’indiepop europeo e le analogie rock dei primi ’90. Soprattutto per quanto concerne l’emulazione dei grandi nativi Built To Spill. Un nome quest’ultimo che conviene scomodare nel tentativo di ridonargli eco attraverso l’uso di chitarre pagane e vocalizzi pre-nostalgia.
Christian Hjelm ha una voce più che buona nell’avallare tale compito, anche se scricchiola molto di marmellata odense, un miscuglio campanilistico che tradisce il revival dance-effect di cui negli ultimi anni la sua terra è divenuta prolifica. La sua è di certo una band di quelle belle e con i dettagli giusti al proprio posto: sonorità spigliate, arrangiamenti briosi, suggestioni fantastiche che scortano una moltitudine di ballate armoniose senza mai uscire fuori tema. A far saltellare gli esordi sono stati album come Skeleton (2006) e When The Deer Wore Blue (2007). Galeotti di successo accolti in patria come una fiera alternativa alle opere orchestrali di Decemberists o Shins. Ma rispetto ai nomi citati, non c’è verve ritmica all’altezza di un equo confronto. I Figurines, in fondo, sono decisamente più easy, posizionandosi come un’estemporanea di perline colorate e deliziose, ma diciamo poco affascinanti proprio per la natura caleidoscopica, cioè, assolutamente simmetrica, della propria forma. Alcuni momenti dell’album, in effetti, procedono piani e invisibili, limitandosi a spazzolare uno stornello indie-pop che gira al di sotto della buona media scandinava. In alcuni pezzi, però, i ragazzi dimostrano, ancora, di saperci fare. Nessuna pietra miliare da seguire alla cieca, ma va detto che almeno la metà delle undici tracce può essere cosa molto gradita nell’etere. Ne è un buon esempio New Colors, perfetta hit radiofonica per lo svolazzamento di capelli al vento tra riff catchy super-acchiappabili e coretti che lusingano con un semplicissimo “...my love forever”! Sensazioni simili in The Great Unknown, quando l’handclapping si fa ostaggio dei ‘60 e dalla lontana inizia a spiccare in mano un tamburello che puzza di rocker britannico. Già li vediamo strizzare l’occhio in un vortice molto yé yé, brusio di xilofoni dreamy che sono cervi a primavera in Every Week. Subito dopo pensiamo che il rischio è quello dei soliti cliché inflazionati, dove a valere, perlomeno, è la ricetta di una grande torta: solo se mangiata in piccole dosi può non essere indigesta. Un lavoro, insomma, più che valido per il commercio radiofonico o per qualche telefilm seriale indie-teen-pop (Lucky To Love, Call Your Name).
Nessuna remora all’ascolto, sia chiaro: concediamo loro la sufficienza per l’impegno melodioso ma nessun tipo di brivido originale. Godetevi l’estate in Danimarca senza tralasciare camicie a quadri né t-shirt a righe rosse e bianche, please! Ne avrete bisogno per ballare all’ombra dei Figurines.
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